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Dopo la legge 38 il dolore inutile si può curare

Che cosa succederebbe se la sirena dell'antifurto del vostro vicino suonasse tutta la notte? E soprattutto, se suonasse senza motivo? Il dolore cronico provoca le stesse sensazioni, è come un campanello d'allarme rotto. È utile quando serve a svegliare il cervello per dirgli "Ehi, c'è qualcosa che non va!" e quando il "ladro", che sia malattia o trauma, c'è davvero. Ma è una tortura inutile quando il meccanismo di segnalazione continua a girare a vuoto.

"Il nostro organismo è fornito di speciali cellule nervose, i nocicettori, deputate a raccogliere tutti gli stimoli potenzialmente o realmente pericolosi", spiega Marco Berti, responsabile del Comparto Operatorio del Dipartimento Chirurgico, Azienda Ospedaliera, Università di Parma  Unità Operativa Anestesia, Rianimazione e Terapia Antalgica. 


Quanti tipi di dolore esistono?

 

I nocicettori comunicano attraverso "autostrade" dedicate, che corrono dalla periferia al midollo spinale, fino alla corteccia cerebrale. C'è un dolore buono, quindi? "Il dolore ha un significato di difesa per lorganismo e, se lo stimolo provoca una vera lesione tissutale, assume anche importanza per la guarigione - risponde  Berti -. Nella zona lesa, i nocicettori si autoresettano ad una soglia di stimolazione più bassa e costringono lindividuo a tenere immobile e protetta da ulteriori sollecitazioni la parte offesa, agevolandone la guarigione". Fin qui il meccanismo virtuoso. Spesso, però, può accadere che il problema scompaia o sia risolto, la lesione guarita, ma il dolore resta lì, come una cicatrice sempre viva e pulsante. Il dolore è diventato esso stesso una malattia. "Ci sono delle condizioni in cui il dolore risulta inutile o addirittura controproducente, come ad esempio dopo un intervento chirurgico, dopo un herpes zoster, dopo diverso tempo da un trauma o per effetto di fenomeni degenerativi tissutali", indica lo specialista. Si chiama dolore cronico, si legge dolore inutile, classificato in base a questi criteri: compare ogni giorno, per la maggior parte del giorno ed è presente da oltre sei mesi. Un handicap in senso stretto. Ne soffrono 15 milioni di italiani.


I numeri del dolore cronico

 

Il trattamento del dolore non ha un'unica strada. Anche perché, per definizione, il dolore ha una dimensione privata. Si sente, ma non si vede. E spesso proprio per questo è difficile da comunicare, sconta incomprensione, anche da parte del personale medico o dei propri cari, paga un prezzo a ritardi o percorsi terapeutici sbagliati. L'opzione farmacologica ha tre vie: "Il dolore nocicettivo, derivante cioè dalla stimolazione dei recettori presenti a livello dei tessuti periferici, risponde bene a diversi farmaci analgesici: antinfiammatori non steroidei, paracetamolo, oppioidi", sintetizza Berti. 

Gli antinfiammatori restano le sostanze più usate per far fronte a pulsazioni, bruciori e fitte, ma per lo specialista, "hanno una capacità limitata , poiché interferiscono solo su uno dei tanti mediatori del dolore, le prostaglandine, prodotti della reazione infiammatoria, senza agire sulle altre sostanze come la P, la bradichinina o gli aminoacidi eccitatori". 

La misurazione del dolore è strategica. "Se il dolore è di intensità elevata - spiega Berti - occorre fare ricorso allassociazione di più farmaci, ad esempio analgesici non oppioidi ed oppioidi". Gli oppioidi impediscono che, a livello centrale, midollo spinale, si verifichi il passaggio dello stimolo doloroso da una cellula nervosa allaltra. "Il legame tra il recettore degli oppioidi presente sulla cellula nervosa e loppioide - continua lo specialista - determina una diminuzione delleccitazione cellulare e, quindi, una ridotta capacità di trasmissione dello stimolo: ne deriva per lindividuo una riduzione della sensazione dolorosa". 

 

La legge 38/2010: a che punto è dopo 7 mesi.

 

Ovviamente, come gli altri farmaci, anche gli oppioidi possono determinare effetti collaterali, soprattutto quando manca una misurazione appropriata dell'intensità del dolore, una corretta gestione e un attento monitoraggio del paziente. “Il dolore dovrebbe essere esaminato sia in senso quantitativo che in senso qualitativo - sottolinea Berti - non si può curare qualcosa che non si misura”.  La legge 38/2010 che ha rappresentato un'ancora di salvataggio attesa da tanto, troppo tempo, impone a medici e infermieri lobbligo di misurare e segnalare in cartella clinica le caratteristiche del dolore rilevato e la sua evoluzione, i farmaci prescritti utilizzati e i relativi dosaggi. 

Le maggiori resistenze allimpiego di oppioidi si trovano riguardo al trattamento del dolore cronico non oncologico, per il possibile sviluppo di tolleranza e di dipendenza. La prima è la necessità di dosi maggiori, un effetto che "in mani esperte è facilmente modulabile", sottolinea lo specialista, e che comunque riguarda tutti i farmaci impiegati per lunghi periodi di tempo. La dipendenza, come necessità psicologica di assumere determinati farmaci, è tuttavia rara nei pazienti che sono in trattamento cronico con oppioidi a scopo curativo. Diverso il caso di soggetti abituati allassunzione incontrollata di altre sostanze ad effetto psicotropo. “Il medico prima di somministrare un oppioide - precisa lo specialista -deve studiare bene le caratteristiche del proprio paziente sottoponendolo a test che evidenziano la personalità dello stesso in maniera da evitare la somministrazione a soggetti propensi all’abuso”. Le ricerche sono tranquillizzanti. "Da un recente studio metanalitico risulta, infatti, che pazienti affetti da dolore cronico non oncologico nei quali permangono effetti avversi, in particolare la stipsi (lunico effetto collaterale che persiste per tutta la durata del trattamento) sospendono spontaneamente la terapia senza alcuna complicazione - conclude Berti - pur sapendo che potrebbero continuare ad avere un significativo miglioramento della sintomatologia dolorosa". 

di Cosimo Colasanto
Pubblicato il 06/12/2010