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Yersinia_pestis

Mappato il genoma
della «peste nera»,
Madre di tutte le pestilenze

Non è mai scomparsa, ha cambiato solo volto, ma ancora oggi fa centinaia di morti ogni anno. L'identikit genetico della "peste nera", la terribile epidemia che fece 50 milioni di vittime in Europa a metà del '300, ha un volto. Lo hanno svelato i ricercatori della McMaster University (Canada) insieme ai colleghi tedeschi dell’Università di Tubinga in uno studio pubblicato su Nature che oltre ad avere il merito di aver mappato l'intero genoma del batterio-killer Yersinia pestis, ha stabilito che quella epidemia è la "madre" di tutte le pestilenze moderne, che nel mondo fanno oltre 2.000 morti all'anno ancora oggi.

Gli scienziati sono partiti dall’analisi della polpa dentale di cinque scheletri seppelliti tra il 1349 e il 1350 nelle fosse comuni di East Smithfield, area di Londra dove sorge adesso la Zecca Reale e nel Medioevo venivano "sigillati" i corpi dei morti di peste bubbonica per evitare la diffusione del contagio.

Dai resti dei cadaveri, gli scienziati hanno dapprima amplificato il Dna del batterio, distinguendolo da quello umano o di altri “ospiti” estranei della bocca, come funghi o batteri orali, per poi identificarne il genoma, una variante di Yersinia pestis.  "In questi 660 anni il batterio ha avuto modificazione relativamente modeste", spiegano i ricercatori, che incrociando le date di sepoltura delle salme con le caratteristiche del "batterio assassino" hanno appurato che il responsabile della "morte nera" fece la sua apparizione tra i secoli XII e XIII e che è il progenitore dei ceppi arrivati fino a noi.

Studi precedenti avevano collegato la pestilenza medioevale con un'altra epidemia dell'antichità,  la “peste di Giustiniano”, un flagello che colpì l’Impero Romano d’Oriente nel VI secolo dopo Cristo facendo, secondo le stime degli storici, 100 milioni di morti. La ricomparsa dopo oltre 700 anni aveva fatto pensare alla perdita di "memoria immunitaria" delle generazioni seguenti, rese indifese. Lo studio su Nature ha, invece, stabilito che non si trattò di batteri "fotocopia", ma di ceppi diversi. 

di Cosimo Colasanto (13/10/2011)

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