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In Italia ci sono circa 200.000 malati di Parkinson e 6.000 nuovi casi ogni anni, ma solo il 40% di essi ha accesso alle migliori terapie. È quanto emerso nel corso dell’incontro “Il Parkinson: Medicina, Società e Ricerca. I bisogni non corrisposti” che si è tenuto a Roma, organizzato in collaborazione con la Limpe, la Lega italiana per la lotta contro la malattia di Parkinson.
“Il fattore età è cruciale e questo ci impegna a trovare soluzioni per l’assistenza di questi pazienti di fronte alla cronicità della malattia”, ha esordito Lucio Barani, capogruppo Pdl della Commissione Affari Sociali. E in effetti, la malattia è rara nei primi 50 anni, mentre dai 55 anni in su ha una prevalenza dell’1%.
Le cause - Il quadro clinico della Malattia di Parkinson è costituito da tremore di riposo, rigidità e bradicinesia ed è così caratteristico da consentire una diagnosi a vista, come effettivamente fece James Parkinson nel 1817, almeno per due dei sei casi da lui descritti di “paralysis agitans”. L’origine della malattia, tuttavia, non è ancora chiara. “Gli scienziati la cercando dal 1817, ma quello che sembra più plausibile è la combinazione di tre fattori: suscettibilità genetica, tossicità ambientale e tossicità endogena”, ha spiegato il presidente della Limpe, Ubaldo Bonuccelli. Ad esempio, la malattia non ha riscontro nella letteratura medica antecedente l’era industriale ed in particolare non è menzionata come molte altre malattie nella Bibbia. “In piena rivoluzione industriale la comparsa di uno o più tossici ambientali che si legano ai recettori implicati nell’esordio della malattia è stato l’evento chiave”, ha continuato il neurologo. “Oggi sappiamo che i pesticidi e altre sostanze usate nell’industria, come i solventi, rappresentano un fattore di rischio maggiore”, ha aggiunto.
La ricerca - Nel cervello ci sono circa 100 miliardi di neuroni, nella malattia di Parkinson sono poche centinaia di migliaia quelli interessati nella prima fase del disturbo. Le 500.000 cellule dopaminergiche della substantia nigra sarebbero il punto di attacco e gli scienziati si stanno chiedendo se è vero che quelle cellule nervose invecchiano prima.
Quasi tutti i pazienti poi mostrano una progressione dei sintomi motori con fenomeni di fluttuazione dei sintomi stessi nelle ore della giornata e la comparsa di instabilità posturale e movimenti involontari, che limitano fortemente le capacità di autonomia. Dopo 10 anni di malattia oltre il 70% dei pazienti ha una ridotta autonomia per cui soltanto per poche ore della giornata gode ancora di una certa indipendenza.
di Cosimo Colasanto
Data: 28/10/2011
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