Il costo dei cervelli in fuga,
l’Italia perde ogni anno
1 miliardo
Riportarli a lavorare in Italia sarebbe un buon affare, oltre che un buon segnale. I “cervelli in fuga”, l’esercito degli scienziati italiani “riparati” all’estero fa perdere al Pil nazionale circa 1 miliardo di euro ogni anno. Sono i dati presentati dalla Fondazione Lilly sulla base di uno studio dell’Istituto per la Competitività (I-Com) che ha fatto il bilancio di quanto generato, in termini di ricchezza, dai 243 brevetti che i nostri migliori 50 cervelli hanno registrato all’estero. Una perdita - anche in termini di innovazione - che in tempi di crisi brucia ancora di più.
“Oggi più che mai è il momento per fare un salto di qualità, bisogna credere nell’innovazione. Se pensiamo di competere con i Paesi emergenti commettiamo un errore, quello che ci rende competitivi sono il know-how, l’innovazione, il trasferimento tecnologico”, spiega a Salute24 Concetto Vasta, direttore generale della Fondazione Lilly che per l’occasione ha presentato la quarta edizione dell’iniziativa “La Ricerca in Italia: un’Idea per il Futuro”, nel corso della quale è stata consegnata, in collaborazione con Fondazione Cariplo, la terza borsa di studio ad una giovane ricercatrice , Chiara Cerami, 32 anni palermitana, neurologa, assegnista di ricerca presso l’Università Vita-Salute e Istituto Scientifico San Raffaele di Milano. Il lavoro della ricercatrice punta a individuare “Nuovi biomarcatori per la diagnosi precoce della malattia di Alzheimer” attraverso la Pet, valutando per la prima volta i due volti della malattia, l’infiammazione e la degenerazione, alla ricerca dei segnali che anticipano lo sviluppo della patologia.
Un’edizione rosa, l'ultima, che conferma la crescita della ricerca italiana al femminile: in un solo anno il numero delle donne nella lista dei 50 migliori ricercatori italiani al mondo è raddoppiato, passando da 2 a 4. Un piccolo boom, che svela numeri di molto inferiori, tuttavia, a quelli dei colleghi uomini, soprattutto nei ruoli di team leader o detentrici di brevetto: su 371 brevetti prodotti dai 20 migliori ricercatori italiani all’estero, in 225 progetti (il 65%) hanno lavorato ricercatrici nel team di studio, solo 16 hanno come autore principale una donna.
“Dobbiamo lavorare per dare valore alla formazione universitaria e trasformare in beni tangibili la ricerca degli italiani, che brilla a livello internazionale nelle classifiche delle pubblicazioni scientifiche - continua Vasto -. E per farlo abbiamo bisogno di tre pilastri: meritocrazia, investimenti, organizzazione della ricerca, perché ogni volta che un ricercatore lascia il Paese per andare a lavorare altrove, abbiamo perso due volte: per le mancate entrate relative ai progetti che potrà sviluppare e per i fondi investiti per la sua formazione. Abbiamo calcolato che per ogni ragazzo o ragazza, il costo della formazione, dalla scuola elementare al dottorato è pari circa a 500 mila euro”.
L’Italia è ventinovesima tra i paesi Ocse nel sostegno pubblico in ricerca e sviluppo posizionandosi subito dietro a Portogallo, Repubblica Ceca, Estonia e Spagna. La percentuale destinata alla ricerca undici anni fa era pari all’1,1% e nel 2011 il valore oscilla tra l’1,1% e l’1,3%. La percentuale è suddivisa in 0,6% da fondi pubblici mentre lo 0,5% arriva da fondi privati.
Tra le iniziative promosse dalla Fondazione Lilly c’è il nuovo bando con tema: “Osso ormoni e metabolismo: biomarcatori per il monitoraggio della salute scheletrica e del controllo metabolico”. La scadenza per la presentazione delle candidature, riservata ai ricercatori italiani under 35 (nati dopo il 30/04/1977) laureati in medicina e chirurgica anche se residenti all’estero, è il 30 aprile 2012. E a Roma nascerà anche il primo corso di alta formazione in ‘Valorizzazione della Ricerca e Sviluppo’ messo a punto dall’università Sapienza di Roma con il sostegno della Fondazione.
“Destinato ai dottorandi, ricercatori e docenti, è un progetto di formazione ibrida teorico-pratica, un vero laboratorio sperimentale che insegna a valorizzare i propri esperimenti, brevettare e collaborare con le imprese ed a fare scouting delle ricerche stesse nei dipartimenti delle università e degli enti di ricerca - spiega Andrea Lenzi, presidente del Consiglio Universitario Nazionale (Cun) -. E’ un importante contributo per il mondo imprenditoriale e per i ricercatori di talento che desiderano imparare a valorizzare il potenziale innovativo ed economico delle loro scoperte o a diventare essi stessi cercatori di talenti e di scoperte”.
di Cosimo Colasanto (01/12/2011)

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