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Gli Ogm fanno male? I dubbi sulla ricerca-choc

Uno studio francese pubblicato ieri sulla rivista Food and chemical toxicology dai ricercatori dell'Università di Caen e diretto da Gilles-Eric Seralini, ricercatore di biologia fondamentale e applicata, afferma che nutrire per due anni dei ratti con un mais geneticamente modificato (NK603) resistente all'erbicida glifosate (Roundup), o con lo stesso Roundup, faccia sviluppare tumori anche molto gravi - neoplasie alla mammella, all'ipofisi, al fegato - oltre a complicazioni renali e alterazioni nell'equilibrio ormonale, e il sospetto dei ricercatori è che lo stesso possa avvenire anche negli uomini. Lo studio, di cui molto si è parlato, ha subito mobilitato la comunità scientifica, che ha sollevato diversi dubbi. Ne abbiamo parlato con Roberto Defez, dell'Istituto di Genetica e Biofisica «A. Buzzati Traverso» del Consiglio nazionale delle Ricerche di Napoli.

 

Prima di tutto, spiega l'esperto, «l’articolo posa su basi scientifiche fragili. A detta di tutti gli esperti sentiti sull'argomento, infatti, fare una statistica su 10 ratti nutriti per 2 anni è come fare un test sull’uomo nutrendolo con la stessa dieta per 40 anni. Per giunta, senza un'interpretazione statistica dei dati: ciò indica come l’articolo posi su basi scientifiche molto fragili».


Due caratteristiche dello studio, in particolare, devono essere messe in evidenza per poterne giudicare i risultati, spiega Defez. Prima di tutto va messo in evidenza, spiega il ricercatore del Cnr, «che gli effetti peggiori non sono stati riscontrati con alti dosaggi di mais Gm o di erbicida, ma con dosaggi bassi. Ossia non si tratta, come è ben noto in tossicologia, di un 'effetto dose'. In questo caso, quindi, non è la dose che fa il veleno».

 

In secondo luogo, poi, «gli autori dello studio dimenticano di dire che i ratti impiegati nei test sviluppano normalmente tumori, anzi vengono utilizzati proprio per questa loro caratteristica. In pratica, l'81% di questi ratti sviluppa normalmente un tumore entro i 2 anni. Quindi ciò che si dovrebbe andare a misurare è capire se c'è stata una qualunque variazione dalle statistiche già note e pubblicate da tempo».

 

Infine, conclude Defez, «lo studio afferma essere l’unico a lungo termine, ovvero oltre i tre mesi, condotto su questo argomento. I ricercatori dimenticano invece che studi sugli effetti a lungo termine sono già stati fatti in passato, e hanno portato a conclusioni opposte a quelle di Seralini e coautori».

di Miriam Cesta
Pubblicato il 21/09/2012