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L'effetto placebo funziona? Tutta questione di geni

Capita che sortisca gli effetti sperati anche se non contiene alcun principio attivo: secondo un gruppo di studiosi internazionali guidati da Kathryn Hall del Beth Israel Deaconess Medical Center-Harvard Medical School di Boston (Usa) il cosiddetto «effetto placebo» dipenderebbe dalla presenza del gene Comt, che  gioca un ruolo importante nell'attivazione di un recettore per la dopamina, uno dei neurotrasmettitori in grado di trasmettere sensazioni di benessere. 

 

Lo studio, pubblicato sulle pagine di Plos One, è stato condotto su un gruppo di 104 pazienti affetti da sindrome dell'intestino irritabile e sottoposti a trattamenti a base di agopuntura per alleviare i dolori addominali dovuti alla loro condizione. Nonostante ad alcuni dei partecipanti allo studio gli aghi non venissero infilati realmente, molti di loro hanno risposto all'agopuntura-placebo in modo positivo, mettendone in risalto le doti antidolorifiche. Il team ha poi esaminato campioni di sangue di tutti i partecipanti alla ricerca, individuando la presenza del gene Comt nei soggetti sensibili all'effetto placebo.

 

In particolare, spiegano i ricercatori, nello studio è stata presa in considerazione la variante del gene Comt nota come 'Comt val158met': «Alcune persone possono essere quindi portatrici di due copie dell'allele metionina (met), altre di due copie dell'allele valina (val), altre ancora di una copia di ciascuno». Con differenze che si ripercuotono proprio sulla sensibilità all'effetto placebo: «Abbiamo scoperto - spiega Hall - che rispetto alle persone con due copie di val, le persone con due copie dell'allele met hanno da tre a quattro volte più dopamina nella corteccia prefrontale, l'area del cervello associata alla cognizione, all'espressione della personalità e al processo decisionale». E, nello studio, questo ha significato che «tra i soggetti che hanno ricevuto un trattamento placebo, i portatori di due copie di met hanno dimostrato miglioramenti nei sintomi della sindrome da intestino irritabile sei volte di più rispetto ai soggetti portatori della doppia copia di val».

di Miriam Cesta
Pubblicato il 25/10/2012