Logo salute24

Staminali e cure: oltre i tribunali, la parola torni alla scienza

Le cellule staminali sono sempre più un tema giudiziario piuttosto che scientifico. Dopo quello della piccola Sofia, la piccola fiorentina per cui i giudici hanno disposto il proseguimento delle cure con il metodo Stamina, ad essere portato alla ribalta delle cronache è ora il caso di Federico, bimbo fanese di 26 anni affetto dalla malattia di Krabbe - una patologia degenerativa del sistema nervoso centrale – che in seguito alla decisione decisione del Tribunale di Pesaro potrà essere sottoposto all'infusione di cellule staminali proprio agli Spedali Civili di Brescia.

 

La vicenda non è, però, rimasta confinata nei tribunali e l'attenzione mediatica dedicata a questi casi ha fatto aumentare le richieste di accesso a terapie con staminali. Esempio emblematico è quello del Policlinico Maggiore – Fondazione IRRCS Ca' Granda di Milano, dove si trova una delle 13 cell factory italiane autorizzate dall'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco. Qui le domande di inserimento nei protocolli di sperimentazione approvati o di accesso alle cure compassionevoli con cellule staminali sono triplicate. Proprio per questo la struttura ospedaliera ha voluto chiarire sul suo blog che “la cell factory della Fondazione Ca' Granda Policlinico di Milano non eroga direttamente cure, ma è un laboratorio per la produzione di cellule staminali che vengono utilizzate nell'ambito di protocolli clinici sperimentali”. In altre parole, nella cell factory milanese le cellule staminali vengono solo prodotte e per fornirle a chi somministra effettivamente le cure, fatto salvo che in alcuni casi i pazienti inseriti negli studi vengono seguiti da medici della Fondazione. Non solo, al Policlinico Maggiore “in corso, in questo momento, una sperimentazione clinica nella paralisi sopranucleare progressiva, una forma grave di Parkinsonismo nella quale le normali terapie utilizzate per il Parkinson non funzionano”, ma “non è in corso alcuna produzione di cellule staminali secondo il metodo Stamina”.

 

Una precisazione, quest'ultima, importante proprio alla luce di ciò che succede nelle aule giudiziarie. Infatti durante le scorse settimane un giudice torinese aveva autorizzato la cura con il metodo Stamina per il piccolo Salvatore Bonavita, anch'egli affetto da una grave malattia degenerativa, disponendo che le cellule fossero prodotte in un laboratorio autorizzato - come quello presente al Policlinico meneghino - che, però, non è stato ancora trovato. “In Italia alcuni giudici del lavoro, se pur in buona fede, emettono ordinanze che per la loro inapplicabilità di fatto sono delle condanne a morte mediante tortura”, ha dichiarato il padre del bambino.

 

Secondo il senatore del Pdl Franco Cardiello “il caso di Sofia, come quello di tanti altri piccoli, rappresenta l'esempio di una burocrazia che soffoca i pazienti e li condanna ad una lenta agonia”. Di diversa opinione, invece, è Marco Pierotti, direttore scientifico dell'Istituto nazionale tumori di Milano, secondo cui è rischioso acconsentire a terapie non approvate. "In questi giorni si discute di terapie sperimentali non supportate da un'evidenza scientifica, per le quali purtroppo vengono chiamati in causa, in maniera probabilmente impropria, un giudice di tribunale e addirittura lo stesso ministro. Di fronte alla pressione dei malati e dei familiari, che è assolutamente comprensibile questa cosa dell'uso compassionevole rischia di diventare una pratica che dà spazio a situazioni in cui l'evidenza medica non è ben supportata".

 

D'altra parte secondo Umberto Veronesi “ci sono due aspetti diversi, quello scientifico e quello psicologico”. Il metodo Stamina, prosegue l'oncologo, “non è approvato e questo è stabilito da tutti quelli che hanno guardato a fondo”. Tuttavia, “la persona che non ha speranze di guarigione è autorizzata, e io sono d'accordissimo, a recarsi ovunque, anche a cercare per esempio un farmaco a Cuba estratto dal veleno dello scorpione, o a sottoporsi a trattamenti con staminali (...) Possiamo dire che e' un errore scientifico, ma non possiamo togliere la speranza alle persone”.

 

“È una vicenda delicata – ha commentato Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano - perché se da un lato c'è la comprensibile disperazione e la speranza di tanti genitori di bambini ammalati, dall'altro non abbiamo alcun dato scientifico a sostegno di questo metodo, non sono state condotte analisi da parte dell'Istituto Superiore di Sanità. Allo stato non sappiamo neanche se quelle che vengono utilizzate siano staminali o meno”. La parola, insomma, deve tornare alla scienza. “Non possiamo considerare cure compassionevoli terapie delle quali oggi non possiamo sapere se faranno male e se daranno problemi”.

di Silvia Soligon
Pubblicato il 19/03/2013

potrebbe interessarti anche: