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Fibre e batteri: nell'intestino è scritto il segreto dell'evoluzione

A confronto il microbiota degli Hadza della Tanzania con quello di alcuni italiani

Lo chiamano il secondo cervello dell'uomo. Per l'intestino i batteri sono quello che i neuroni sono per la materia grigia. Ed è anche grazie ai batteri, che a migliaia colonizzano l'intestino, che l'uomo si è garantito l'adattamento ai diversi habitat. Un capitolo importante di questa “alleanza” è stato scritto in uno studio pubblicato su Nature Communications a cui hanno preso parte i ricercatori dell'Università di Bologna. Gli scienziati hanno portato a termine il sequenziamento del microbiota di una popolazione africana, gli Hadza della Tanzania. Si tratta della prima “decodifica” completa di questo patrimonio batterico che è stata poi paragonata a quella di un campione di italiani, aprendo a numerose scoperte sull'evoluzione della specie umana e a prospettive importanti sul ruolo dell'alimentazione per gli occidentali di oggi.



Gli Hadza della Tanzania sono una delle ultime popolazioni di cacciatori-raccoglitori esistenti sul pianeta. Il loro microbiota si è conservato, quindi, simile a quello del 95% dei nostri progenitori, prima che apparissero fast-food e zuccheri aggiunti. L'universo di batteri intestinali che popola l'intestino degli Hadza è molto più ricco di quello degli occidentali ed è perfettamente adatto e adattato a metabolizzare le fibre indigeribili che caratterizzano la loro dieta, contribuendo a ricavare più energia dagli alimenti fibrosi. E ancora: nell'intestino di questa popolazione i ricercatori hanno individuato più microorganismi comunemente considerati batteri opportunisti patogeni, mentre erano di meno i batteri ritenuti benefici per la salute dell’ospite. Eppure, nonostante questa differenza, gli Hadza non sono soggetti a malattie infiammatorie croniche come altre popolazioni moderne. Un punto importante per ridefinire il concetto di intestino “sano” e “malato”, che risultano legate al contesto. Altra scoperta, ma individuata prima, è che gli uomini e le donne della tribù Hadza differiscono in maniera significativa per tipo e quantità del microbiota intestinale. Fenomeno che potrebbe avere implicazioni per la fertilità delle donne.


Il lavoro è stato condotto da Marco Candela, Simone Rampelli, Manuela Centanni, Giulia Basaglia, Silvia Turroni, Elena Biagi, Jessica Fiori, Roberto Gotti e Patrizia Brigidi del Dipartimento di Farmacia e Biotecnoligie Unibo, oltre a Donata Luiselli del Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali Unibo.

 

di Cosimo Colasanto
Pubblicato il 28/04/2014

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