Sensori nel cervello:
così prendono vita
le protesi artificiali
Piccoli aghi più sottili di un capello muniti di sensori simili a capocchie di fiammiferi che punzecchiano il cervello e stimolano il movimento degli arti artificiali trapiantati: non è fantascienza, ma micro-ingegneria. Scienza e tecnologia stanno facendo passi da gigante per consentire una vita migliore a chi ha perso uno o più arti.
Gli aghi-sensori, sviluppati dai ricercatori della Utah University in collaborazione con un`azienda inglese leader nel settore delle nanotecnologie, devono essere lunghi alcuni millimetri affinché penetrino nel cervello quanto basta per raccogliere i segnali elettrici cerebrali. Questi ultimi vengono poi amplificati, trasmessi e interpretati per produrre il movimento nelle protesi artificiali.
Per far sì che una persona con un arto trapiantato possa muovere la sua protesi, però, non è sufficiente impiantarle nel cervello gli aghi-sensori: come spiegano i ricercatori, infatti, i pazienti devono imparare a generare un`attività mentale che produca la corretta risposta cerebrale. Alcuni dei soggetti sottoposti al test ci sono riusciti, raccontano gli studiosi, e riescono già a compiere dei movimenti, come prendere un oggetto o muovere il mouse, semplici ma allo stesso tempo incredibili se si pensa che sono compiute da arti meccanici.
L`impianto è fatto di carburo di tungsteno, un materiale duro e difficile da sezionare: la prossima sfida di ricercatori e ingegneri è cercare di realizzare degli aghi sempre più piccoli e sottili che raccolgano il maggior numero possibile di sensori e quindi di impulsi cerebrali affinché i pazienti riescano a controllare le protesi in maniera sempre più semplice e immediata.
Lo scopo ultimo della ricerca, concludono i ricercatori, è lo sviluppo di sensori da posizionare a contatto con il midollo spinale: i pazienti che hanno perduto l`uso di un arto in seguito a un trauma potrebbero quindi riprenderne la funzionalità. “Ci vorranno anni e anni di test e ricerche prima che questo diventi realtà – precisa Robert Hoyle, uno degli ingegneri che ha sviluppato l`impianto – ma abbiamo molta fiducia nelle potenzialità della tecnologia”.
Gli aghi-sensori, sviluppati dai ricercatori della Utah University in collaborazione con un`azienda inglese leader nel settore delle nanotecnologie, devono essere lunghi alcuni millimetri affinché penetrino nel cervello quanto basta per raccogliere i segnali elettrici cerebrali. Questi ultimi vengono poi amplificati, trasmessi e interpretati per produrre il movimento nelle protesi artificiali.
Per far sì che una persona con un arto trapiantato possa muovere la sua protesi, però, non è sufficiente impiantarle nel cervello gli aghi-sensori: come spiegano i ricercatori, infatti, i pazienti devono imparare a generare un`attività mentale che produca la corretta risposta cerebrale. Alcuni dei soggetti sottoposti al test ci sono riusciti, raccontano gli studiosi, e riescono già a compiere dei movimenti, come prendere un oggetto o muovere il mouse, semplici ma allo stesso tempo incredibili se si pensa che sono compiute da arti meccanici.
L`impianto è fatto di carburo di tungsteno, un materiale duro e difficile da sezionare: la prossima sfida di ricercatori e ingegneri è cercare di realizzare degli aghi sempre più piccoli e sottili che raccolgano il maggior numero possibile di sensori e quindi di impulsi cerebrali affinché i pazienti riescano a controllare le protesi in maniera sempre più semplice e immediata.
Lo scopo ultimo della ricerca, concludono i ricercatori, è lo sviluppo di sensori da posizionare a contatto con il midollo spinale: i pazienti che hanno perduto l`uso di un arto in seguito a un trauma potrebbero quindi riprenderne la funzionalità. “Ci vorranno anni e anni di test e ricerche prima che questo diventi realtà – precisa Robert Hoyle, uno degli ingegneri che ha sviluppato l`impianto – ma abbiamo molta fiducia nelle potenzialità della tecnologia”.
di (18/11/2008)

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