Dall`Alzheimer ci difenderanno i “super nonni”. Sono gli ultraottantenni che, a dispetto delle tante primavere, hanno una memoria che fa invidia a un ventenne. Dal loro cervello è partita una ricerca che ha tentato di far nuova luce sul morbo di Alzheimer.
Gli studiosi della Northwestern University`s Feinberg School of Medicine, anziché partire dall`analisi di organi già compromessi dalla malattia, hanno preferito osservare il cervello di cinque anziani invulnerabili allo scorrere del tempo: il loro encefalo aveva un numero di “nodi” molto inferiore rispetto ai loro coetanei. Questi “grovigli” sono costituiti da una proteina, detta Tau, che si accumula all`interno dei neuroni fino, si ipotizza, a ucciderli. Con l`età cresce anche il numero di questi nodi, ma la loro presenza è molto più forte nel cervello di chi soffre di Alzheimer.
“Da molto – dice Changiz Geula, neurologo autore della ricerca - si pensa che l`accumulo di questi grovigli è un fenomeno progressivo che si verifica durante il processo di invecchiamento. Ma abbiamo osservato che alcune persone ne sono immuni e che la presenza dei nodi sembra influenzare le performance cognitive”. Gli ultraottantenni analizzati hanno conservato, fino alla morte, capacità mnemoniche degne di un cinquantenne: ad esempio, durante l`indagine, sono stati in grado di ricordare i dettagli di una storia anche a 30 minuti di distanza. Oppure hanno saputo ripetere una lista di 15 parole a mezz`ora dal test.
Secondo Geula “il minor numero di nodi sembra essere il fattore determinante per il mantenimento della memoria”. Lo stesso studio ha infatti appurato che “super nonni” e pazienti affetti da Alzheimer hanno lo stesso numero di un altro elemento in precedenza accostato alla malattia: le placche, cioè aggregazioni di una proteina chiamata amiloide, che si deposita sui neuroni compromettendone la loro comunicazione.
A questo punto, conclude Geula “Vogliamo vedere qual è l`elemento che protegge il cervello di questi anziani dai cambiamenti che causano la perdita della memoria”. Questo sarà fondamentale perché “capire la specificità genetica e le caratteristiche che li rendono immuni, un giorno potrebbe consentirci di proteggere il cervello dalla perdita della memoria e dalle patologie a essa collegata”.
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