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I pentiti del tatuaggio in Italia sono il 17%

Ecco la fotografia del popolo dei tatuati scattata dall'Istituto Superiore di Sanità

Nonostante i possibili rischi ben il 13,4% degli italiani che hanno scelto di decorare la loro pelle con dei tatuaggi lo ha fatto al di fuori di centri autorizzati. A svelarlo è un'indagine condotta dall'Istituto Superiore di Sanità (Iss) in collaborazione con IPR marketing da cui emergono anche altri dettagli che permettono di dipingere il ritratto del tatuato tipico italiano: donna, laureata, lavoratrice, residente nelle regioni del Nord e, nella stragrande maggioranza dei casi, soddisfatta del suo tatuaggio, anche se resta un 17% circa di italiani che vorrebbe rimuovere l'inchiostro iniettato nella pelle dal tatuatore.

 

L'indagine, condotta su un campione di quasi 8.000 individui rappresentativo della popolazione italiana a partire dai 12 anni di età, ha infatti svelato che fra i quasi 7 milioni di tatuati italiani (pari al 12,8% della popolazione) predominano le donne (il 13,8% delle intervistate, che preferiscono tatuarsi schiena, piedi e caviglie) rispetto agli uomini (l'11,7%, che fa colorare indelebilmente braccia, spalle e gambe). L'età al primo tatuaggio è in genere 25 anni, e al momento la maggior parte dei tatuati si concentra nella fascia tra i 35 e i 44 anni. Il 25,1% dei tatuati risiede in una città del Nord, il 30,7% ha una laurea, il 63,1% lavora e ben il 92,2% è soddisfatto dei propri tatuaggi. Nonostante quest'ultimo dato il 17,2% dei tatuati italiani dichiara però di voler rimuovere i suoi tattoo e il 4,3 % lo ha già fatto.

 

Questa fotografia – spiega Alberto Renzoni, coordinatore dell'indagine – aiuta a “comprendere meglio le criticità connesse a questa pratica e di quali regole ci sia bisogno perché sia effettuata in piena sicurezza”. Da questo punto di vista gli italiani sembrerebbero consapevoli dell'importanza di rivolgersi a strutture sicure; nell'85,2% dei casi, infatti, ci si tatua in un centro specializzato o in un centro estetico. Tuttavia, solo il 58,2% del campione è parso informato sui rischi e solo il 41,7% sulle controindicazioni.

 

Fra i pericoli più spesso evocati sono inclusi reazioni allergiche (79,2%), l'epatite (68,8%) e l'herpes (37,4%), ma come ha raccontato il 3,3% dei tatuati le complicanze possono essere anche altre, come dolore, granulomi, ispessimento della pelle, pus e infezioni. Purtroppo nella maggior parte dei casi (51,3%) nemmeno in presenza di questi evidenti problemi ci si rivolge a un esperto, e solo nel 12,1% e nel 9,2% dei casi si chiede consiglio, rispettivamente, a un dermatologo o al medico di famiglia, mentre nei restanti casi (il 27,4%) si rrona a rivolgersi al tatuatore.

 

Alla luce, poi, del fatto che il 22% di coloro che si sono tatuati in un centro non ha firmato un consenso informato Renzoni ricorda che è “necessario non solo firmarlo ma che nel farlo ci sia un reale consenso e una reale informazione, considerato inoltre che una fetta consistente delle persone tatuate è rappresentato da minori che potrebbero farlo solo con il consenso dei genitori. Il tatuaggio – conclude Renzoni – non è una camicia che si indossa e si leva, è l’introduzione intradermica di pigmenti che entrano a contatto con il nostro organismo per sempre e con esso interagiscono e possono comportare rischi e, non raramente, anche reazioni avverse e per questo è fondamentale rivolgersi a centri autorizzati dalle autorità locali, con tatuatori formati che rispettino quanto prescritto dalle circolari del Ministero della Salute”.

 

Foto: @ Tracy Lee – Flickr

di s.s.
Pubblicato il 08/09/2015