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La fiducia nel medico migliora l'efficacia delle cure

Prestare ascolto al malato fa bene anche al dottore: riduce denunce per malpractice e rischio sindrome da burnout

Se il medico prova empatia nei confronti del paziente, l'efficacia delle cure aumenta fino al 40%. Si riduce, invece, di quattro volte il rischio che il malato venga ricoverato o sperimenti effetti collaterali in seguito all'assunzione dei farmaci. Ad affermarlo sono stati gli esperti della Società italiana di medicina interna (Simi), durante il 116° Congresso nazionale dell'associazione, che si è tenuto a Roma tra il 10 e il 12 ottobre. I ricercatori hanno evidenziato che instaurare un buon rapporto con il paziente giova anche al medico. Riduce, infatti, le denunce per malpractice e abbassa il pericolo di sviluppare la “sindrome da burnout”.

 

Numerosi studi hanno dimostrato che, per il paziente, avere un buon rapporto con il dottore può essere importante come i farmaci. Aumenta, infatti, del 34-40% le probabilità di tenere sotto controllo le malattie cardiovascolari, il diabete e i livelli di colesterolo. Abbassa, invece, il pericolo di complicanze, di ricoveri e lo stress generato dagli esami clinici. Lo stimola, poi, a seguire le terapie in modo scrupoloso. Infine, influenza positivamente il benessere generale del malato e le sue capacità di recupero. “Ascoltare le ragioni e le emozioni del paziente è il punto di partenza fondamentale per avere una visione più ampia e circostanziata della patologia e porre una miglior diagnosi, per prescrivere esami e terapie più adeguate che poi saranno seguite con maggior convinzione e attenzione – afferma Gino Roberto Corazza, presidente Simi –: ognuno di noi ha bisogno di sentirsi accolto nella sua esperienza di malattia, sapere che il medico «ci capisce» innesca meccanismi che favoriscono l'aderenza alla terapia e perfino il miglioramento di parametri biologici”.

 

Pochi medici, tuttavia, comprendono gli effetti benefici che un'interazione più “umana” e meno distaccata potrebbe determinare nel paziente. Solo il 22% instaura un rapporto empatico con gli assistiti. Il tempo medio di una visita non supera i 9 minuti, ma già dopo 20 secondi il racconto del malato viene interrotto dalle domande del dottore. Il quale, oltre tutto, per due terzi del colloquio tiene gli occhi puntati sul computer. Eppure, anche ai camici bianchi farebbe bene essere empatici. Instaurare relazioni più profonde con i malati riduce, infatti, le denunce per malpractice. Inoltre, abbassa il rischio di sviluppare la “sindrome da burnout”, il logoramento psicofisico che colpisce otto medici su dieci.

 

“La nostra medicina iper-tecnologica sembra allontanare da un rapporto empatico medico-paziente, portandoci verso una de-umanizzazione delle cure. Il medico può essere portato a pensare che il suo ruolo si esaurisca nel proporre procedure avanzate e prescrivere trattamenti mirati, ma è vero il contrario: nel mare delle informazioni e delle possibilità offerte dal progresso medico, il malato oggi ha ancora più bisogno di essere guidato dal “suo” dottore – osserva il dott. Corazza –. Che peraltro trae indubbi vantaggi da un rapporto più profondo, in cui si sforzi di guardare alle cose con gli occhi del paziente: diversi studi hanno dimostrato che i medici empatici hanno meno denunce per malpractice e sono meno esposti alla sindrome da burnout, l'esaurimento che è un pericolo concreto per circa otto camici bianchi su dieci”.

 

Dal momento che l'empatia può essere insegnata e appresa, la Simi ha proposto d'inserire nel percorso di laurea in Medicina e chirurgia un modulo di scienze umane. L'obiettivo del corso è quello di preparare gli studenti, attraverso lezioni frontali ed esperienze guidate in corsia, ad ascoltare il paziente e a prestargli la dovuta attenzione. “L'empatia non è una semplice «emozione», ma un evento cognitivo che può e deve essere insegnato e acquisito – dichiara Franco Perticone, Presidente eletto Simi -. In Italia la formazione medica è tuttora all'insegna del tecnicismo e della specializzazione: per questo la Simi ha proposto di inserire nel percorso di laurea in medicina e chirurgia un modulo di scienze umane, da affrontare a più riprese nell'arco dei sei anni. L'obiettivo è approfondire temi come bioetica o psicologia clinica attraverso seminari, didattica teorico-pratica a piccoli gruppi ed esperienze «sul campo» in reparti e ambulatori. Questo potrà insegnare ai futuri medici come ascoltare i malati e recepire i loro segnali di disagio emotivo, per migliorare il rapporto medico-paziente a tutto vantaggio di entrambi”.

 

Foto: © Kurhan - Fotolia

di Nadia Comerci s.p.
Pubblicato il 14/10/2015