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Il cervello lascia un'impronta che distingue le persone dalle altre

Le scansioni cerebrali forniscono indicazioni sulla capacità di pensare in modo logico

È possibile identificare una persona in base alla sua attività cerebrale. Il cervello di ciascun individuo, infatti, possiede un'“impronta unica” che lo contraddistingue. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience dai ricercatori della Yale University di New Haven (Usa), secondo cui questa “traccia” cerebrale permette di distinguere un soggetto da tutti gli altri, proprio come fanno le impronte digitali.

 

La ricerca è stata condotta sulle scansioni cerebrali di 126 persone. Ai partecipanti è stato chiesto di effettuare la risonanza magnetica funzionale più volte, nel corso di giorni differenti. Alcune volte i soggetti dovevano restare inattivi, mentre altre avevano il compito di svolgere test linguistici o di memorizzazione.

 

Durante l'esperimento, gli scienziati hanno esaminato l'attività prodotta da 268 punti-chiave del cervello dei volontari. Questo ha permesso loro di scoprire che ciascun soggetto possedeva un'impronta cerebrale che differiva da quella degli altri. Questa traccia risultava così unica, da permettere d'identificare la persona cui il cervello apparteneva con un’accuratezza superiore al 90%.

 

I ricercatori, inoltre, analizzando le scansioni sono stati in grado di prevedere le risposte fornite dai partecipanti durante i diversi test cognitivi. Secondo gli autori, questo indica che la rete di connessioni cerebrali fornisce informazioni sulle capacità di un individuo di pensare in modo logico.

 

“Siamo stati in grado d'identificare le persone semplicemente guardandone le scansioni cerebrali – dichiara Emily Finn, che ha coordinato la ricerca -. In particolare ci ha colpito il fatto che, nella stessa persona, l'impronta resta stabile e affidabile, indipendentemente dal giorno in cui è stata effettuata la scansione e dall'attività in cui l'individuo era impegnato durante la rilevazione”.

 

La scoperta potrebbe favorire lo sviluppo di interventi clinici su misura: “Lo studio potrebbe consentire d'individuare disturbi difficilmente rilevabili attraverso una semplice visita o lo svolgimento di un test – continua l'esperta -, mi riferisco, per esempio, al rischio di malattie mentali”.

di Nadia Comerci
Pubblicato il 11/06/2018