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Viaggio in corsia - 1 Dove anche i silenzi sono pieni di significato

Due

Un sottile filo che si spezza, ma anche uno strappo che si può ricucire. La riabilitazione neurologica si confronta quotidianamente in corsia con la speranza che una persona uscita dal coma, vigile ma non cosciente, riprenda a vivere con “consapevolezza“. Poche differenze terminologiche come "coma", "stato vegetativo", “minima coscienza” assumono, invece, un significato profondamente diverso nei volti, storie, attese e speranze di chi ne viene colpito e nei suoi familiari.

Si comincia con una malattia o un evento traumatico, l`anticamera del coma. "Il primo intervento è di tipo medico: i pazienti che escono dalla rianimazione dopo uno stato di coma sono in condizioni generali critiche e presentano vari scompensi di tutti gli apparati, tra i quali frequenti quelli che colpiscono l’ambito nutrizionale e la dimensione dei sistemi immunitari", spiega a Salute24 Sandro Feller, direttore dell`UO di Riabilitazione Neurologica dell`Azienda "G. Salvini" di Garbagnate Milanese.

La macchina-cervello è l`unità più delicata perché è "l`organo che più di altri assorbe glucosio e ossigeno e circa il 30% della gettata cardiaca". Basta poco ad alternarne il delicato equilibrio funzionale che a paragone di altre strutture cerebrali del mondo animale si presenta molto più vulnerabile. "Questo è un prezzo che paghiamo all’evoluzione: maggiori prestazioni - continua Feller –, ma massima vulnerabilità".

La causa principale degli stati comatosi è l’anossia cerebrale dovuta a mancanza di flusso sanguigno al cervello, quando si verifica un arresto cardiaco che si prolunghi indicativamente per più di 4-5 minuti, in questo caso la mancanza di ossigeno o di glucosio  finisce per provocare danni cerebrali.

Analogamente le lesioni vascolari ischemiche emorragiche provocano severi danni che possono portare al coma e allo stato vegetativo. Nei giovani il trauma cranico con coma da incidente stradale, rappresenta una delle cause più frequenti sia di morte che di situazioni gravi e irreversibili, come lo stato vegetativo.

"Quando il paziente esce dal coma, oltre al ripristino delle funzioni vitali, bisogna monitorare lo stato di coscienza – dice lo specialista -  per cogliere la presenza di eventuali contenuti di coscienza che affiorino progressivamente". (continua) [nuova pagina]

Superato lo stato di coma, dopo 3-4- settimane, possono subentrare due situazioni abbastanza simili che noi distinguiamo, basandoci sull`osservazione clinica. Nello stato vegetativo il paziente è vigile, è sveglio, può stare ad occhi aperti, ma "non si evidenziano contenuti di coscienza, o comunque, manifestazioni intenzionali. "Anche manifestazioni apparentemente significative, come le smorfie mimiche - spiega Feller - o la lacrimazione degli occhi, senza un preciso riferimento contestuale, si presume abbiano una natura riflessa".

Nella situazione di minima coscienza, al contrario,  si possono cogliere manifestazioni isolate e transitorie di coscienza, come talvolta accade alla vista di parenti graditi, ad esempio, "ai quali i pazienti sorridono intenzionalmente".

Per questo la diagnosi non può mai basarsi sulla singola visita, ma le osservazioni devono essere ripetute nel tempo e si devono avvalere del resoconto di tutte le persone che entrano in contatto con il paziente. "Bisogna sempre pensare che il paziente potrebbe capirci in ogni momento e questo potrebbe aiutare ad uscire dalla sua situazione. Per questo nel programma di fisioterapia, ma anche in tutte le operazioni di assistenza,  ci si rivolge al paziente, spiegando che cosa si stia facendo e quali manovre assistenziali si stiano compiendo".

Il fattore tempo è un elemento critico. "Lo stato vegetativo non è irreversibile per definizione - commenta il neurologo – una parte di questi pazienti, soprattutto quelli giovani, dopo un coma traumatico, se correttamente  e quotidianamente assistiti (con alimentazione, idratazione, ecc…), si possono riprendere anche se permangono nella maggior parte dei casi importanti sequele invalidanti - precisa -.  Gli stati vegetativi e di minima coscienza possono sopravvivere molto a lungo, non avendo niente a che vedere con i malati terminali".

E i familiari? "La loro assistenza è altrettanto difficile - spiega Sandro Feller- sono già provati dalla fase della terapia intensiva durante la quale hanno avuto notizie spesso cattive, a noi spetta di non mortificare le loro aspettative, ma di fornire loro indicazioni realistiche, in modo che possano organizzare il futuro del loro caro ed il proprio". Da circa sei mesi la Regione Lombardia, attraverso il Servizio di Psicologia Clinica dell’Azienda, cui è destinato uno specifico finanziamento, sta sottoponendo ai familiari dei pazienti questionari sui loro disagi, le loro problematiche, "per organizzare al meglio i servizi di supporto psicologico e la rete di sostegno".



Author: cosimo colasanto
Pubblicato il 21/11/2008


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