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Tumore alla prostata: nel 40% dei casi basta la “sorveglianza attiva”

Solo se la neoplasia è poco aggressiva e ha dimensioni ridotte

Ogni anno circa 10 mila italiani vengono colpiti da una forma di tumore alla prostata poco aggressiva e di dimensioni ridotte. Potrebbero, quindi, fare a meno di sottoporsi a interventi e terapie radicali. Per loro potrebbe essere sufficiente la “sorveglianza attiva”: il monitoraggio della malattia attraverso esami specifici e controlli periodici. Questa opinione, condivisa da molti specialisti, è stata ribadita durante la terza Conference “Active surveillance for low risk prostate cancer”, realizzata a Milano dalla European school of oncology, con il supporto della Società italiana di urologia oncologica (Siuro). 

 

Durante il convegno sono state presentate le ultime novità scientifiche in materia di sorveglianza attiva. In particolare, la Siuro ha illustrato i progressi registrati nel corso della ricerca “Siuro prias ita”. Si tratta del più grande studio internazionale su questo tema. È iniziato nel 2009 e in Italia è coordinato dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Finora ha coinvolto 850 pazienti, reclutati in dieci centri. “La sorveglianza attiva è riconosciuta da anni nelle più importanti linee guida internazionali e sta sempre più diventando una valida alternativa terapeutica anche in Italia - afferma Giario Conti, segretario Siuro -. Per molti pazienti è difficile accettare l’idea che non si intervenga subito per rimuovere il tumore e di diventare invece un «sorvegliato speciale». Tuttavia solo meno del 2 % degli uomini abbandona il protocollo per motivi di ansia. È inoltre dimostrato da diverse ricerche internazionali che la sorveglianza attiva non riduce le possibilità di guarigione né la qualità di vita. È quindi fondamentale il lavoro dell’intera equipe multidisciplinare che deve non solo assistere, ma anche rassicurare il malato”. 

 

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Il cancro alla prostata è la forma di tumore più diffusa tra gli uomini italiani. Solo lo scorso anno sono state registrate 35 mila nuove diagnosi. Di queste, il 40% (circa 10 mila) sono riferite a neoplasie di scarse dimensioni e aggressività, che potrebbero essere tenute sotto controllo attraverso la sorveglianza attiva. Negli altri casi, invece, risultano necessari interventi più radicali. “Nel 60% dei casi la malattia richiede invece un trattamento con le tradizionali terapie come chirurgia, radioterapia e brachiterapia  - spiega Riccardo Valdagni, Presidente Siuro -. Solo ai pazienti che presentano caratteristiche ben precise e che costituiscono circa il 40% dei casi può essere proposta la sorveglianza attiva. Il carcinoma deve avere piccole dimensioni e una bassa aggressività biologica. E i pazienti devono essere disposti a seguire scrupolosamente gli esami e le visite di follow-up per monitorare la patologia”. 

 

Il principale vantaggio della sorveglianza attiva consiste nell'evitare che i pazienti che possono farne a meno, subiscano trattamenti troppo invasivi, che potrebbero avere serie conseguenze sul loro benessere. “Nel nostro Paese ancora troppi uomini con un carcinoma prostatico ricevono cure che possono avere severi effetti collaterali a carico della sfera sessuale, urinaria e rettale - conclude il prof. Valdagni -. La sorveglianza attiva rappresenta una nuova opportunità e modifica l’approccio tradizionale che prevede quasi sempre un trattamento radicale dopo la diagnosi del tumore. In alternativa ad essere sottoposto a una delle terapie radicali come chirurgia, radioterapia o brachiterapia il paziente con tumore indolente è sottoposto a esami e controlli periodici. Questa vale per tutta la vita o fino a quando la malattia non modifica le sue caratteristiche iniziali. Se la patologia cambia siamo in grado di interrompere il percorso osservazionale, intervenire tempestivamente e indirizzare il paziente al trattamento”. 

 

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Foto: © VILevi - Fotolia.com

di redazione
Pubblicato il 18/02/2016