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Sorriso

Come lo sbadiglio,
anche il sorriso
è contagioso

Le persone tendono a riprodurre le espressioni dipinte sul viso degli altri

La contagiosità non è una prerogativa dello sbadiglio. Anche il sorriso e le smorfie possono essere “trasmessi” agli altri. Lo affermano, in uno studio pubblicato sulla rivista Trends in Cognitive Sciences, i ricercatori dell'Università del Wisconsin di Madison (Usa). Secondo gli esperti, le espressioni umane potrebbero essere contagiose. Le persone, infatti, tenderebbero istintivamente a  riprodurre le emozioni dipinte sul viso degli altri, per sperimentare le stesse sensazioni.

 

Gli autori hanno analizzato i risultati di ricerche precedenti, che avevano esaminato il modo in cui le persone simulano le espressioni degli altri nei diversi contesti sociali. Dall'analisi è emerso che le persone tendono a simulare la mimica facciale altrui per generare una sorta di “risposta emotiva” in se stesse. In pratica, riproducono istintivamente l'espressione osservata negli altri, per sperimentare empaticamente le stesse emozioni. Questo vale non soltanto per le sensazioni positive, ma anche per quelle negative. Per esempio, chi vede qualcuno sorridere tende a rispondere al sorriso, anche senza capire quale ne sia la fonte. Viceversa, osservare una persona triste porta inconsapevolmente ad assumere un'espressione addolorata, perché aiuta a immedesimarsi nel suo stato d'animo.

 

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“Quando si riflettono le sensazioni sperimentate dagli altri si genera una sorta di riconoscimento valutativo, che si traduce nella capacità di comprendere quale sia l'azione più appropriata da eseguire, per esempio se avvicinarsi a una persona oppure evitarla – spiega Paula Niedenthal, che ha coordinato lo studio -. Le reazioni emotive che si dipingono sul volto modificano la percezione di ciò che si osserva nel viso altrui, fornendo ulteriori informazioni sul suo significato”.

 

Gli scienziati ritengono che la capacità di una persona di riconoscere e condividere le emozioni altrui potrebbe essere inibita da una paralisi facciale acquisita (causata, per esempio, da un ictus, da una malattia o dai danni neurologici successivi a un intervento chirurgico). Non verrebbe, invece, influenzata dalle paralisi congenite: perché chi non ha mai avuto la possibilità di “imitare” le espressioni degli altri, generalmente sviluppa metodi alternativi per interpretare le emozioni. 

 

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I ricercatori ritengono che anche chi soffre di autismo potrebbe risultare incapace di replicare le espressioni altrui. “Alcuni sintomi dell'autismo sono associati alla mancanza di mimica facciale, che risulta in pare determinata dall’impossibilità di mantenere un contatto visivo – prosegue l'esperta -. Anche se potrebbe risultare troppo stimolante, in certe condizioni, incoraggiare il contatto visivo potrebbe favorire lo sviluppo di una mimica facciale spontanea e autonoma”.

 

Gli autori annunciano di voler approfondire lo studio dei meccanismi cerebrali responsabili del riconoscimento della mimica facciale. Comprendere il meccanismo celato dietro questa “simulazione sensomotoria” potrebbe, infatti, aiutare a individuare trattamenti più appropriati per i disturbi che vi sono correlati.

 

Foto:  © ryanking999 - Fotolia.com

di Nadia Comerci s.p. (16/02/2016)

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