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Marijuana contro l'Alzheimer: scoperto il ruolo del Thc

Agendo sui meccanismi attivati dagli endocannabinoidi potrebbe promuovere l'eliminazione della beta-amiloide, proteina ritenuta responsabile della malattia

La lotta all’Alzheimer potrebbe passare dal tetraidroccanabinolo (Thc) e da altre sostanze presenti nella marijuana. Un gruppo di ricercatori del Salk Institute di La Jolla, in California, ha infatti scoperto che queste molecole possono promuovere l’eliminazione della beta-amiloide - proteina tossica il cui accumulo è associato a questa malattia neurodegenerativa - dai neuroni colpiti dall’Alzheimer. La scoperta, pubblicata sulla rivista del gruppo Nature Aging and Mechanisms of Disease, è frutto di esperimenti condotti su neuroni coltivati in laboratorio, ma potrebbe aprire la strada verso nuove terapie contro questa patologia, e non solo. I dati raccolti permettono infatti di comprendere meglio il ruolo giocato dall’infiammazione nel suo sviluppo.

 

Già in uno studio precedente i ricercatori del Salk Institute avevano scoperto che livelli elevati di beta-amiloide sono associati all’infiammazione cellulare e a un tasso più elevato di morte dei neuroni. Utilizzando un sistema basato sulla possibilità di indurre l’espressione della proteina in cellule del sistema nervoso centrale gli scienziati hanno ora scoperto che la beta-amiloide dà il via a una risposta infiammatoria tossica associata all’espressione di geni proinfiammatori e all’aumento dell’acido arachidonico - precursore di diverse molecole associate all’infiammazione - e di molecole appartenenti alla classe degli eicosanoidi, fra cui prostaglandine dall’effetto neuroprotettivo e leucotrieni che, invece, possono promuovere la morte cellulare. “I cannabinoidi come il tetraidrocannabinolo stimolano la rimozione della beta-amiloide presente nei neuroni, bloccano la risposta infiammatoria, e sono protettivi”, spiegano gli scienziati in conclusione di questa nuova ricerca. Gli esperimenti condotti hanno infatti dimostrato che l’esposizione al Thc riduce i livelli della proteina e sopprime la risposta infiammatoria ad essa associata, consentendo ai neuroni di sopravvivere.

 

“L’infiammazione cerebrale è la componente principale del danno associato alla malattia di Alzheimer, ma si è sempre pensato che questa risposta derivasse da cellule simil-immunitarie presenti nel cervello, non dagli stessi neuroni - spiega Antonio Currais, primo nome dello studio - Quando siamo riusciti a identificare le basi molecolari della risposta infiammatoria alla beta-amiloide, è parso chiaro che composti simili al Thc prodotti dalle stesse cellule nervose potrebbero essere coinvolti nella protezione dalla morte cellulare”. In particolare, ad entrare in gioco sarebbero gli interruttori cellulari attivati dagli endocannabinoidi, la cui attività a simile a quella del Thc. Quest’ultimo riesce ad attivare questi stessi recettori, ma la marijuana non rappresenta l’unico strumento a disposizione per agire sull’attivazione di questi meccanismi molecolari. Anche l’attività fisica, che porta a sua volta all’aumento della produzione di endocannabinoidi, sembra riuscire a rallentare la progressione dell’Alzheimer.

 

“Anche se altri studi hanno fornito prove del possibile effetto neuroprotettivo degli endocannabinoidi contro i sintomi dell’Alzheimer, riteniamo che il nostro studio sia il primo a dimostrare che i cannabinoidi influenzano sia l’infiammazione che l’accumulo di beta amiloide nei neuroni”, commenta David Schubert, responsabile della ricerca. In uno studio distinto l’esperto e i suoi collaboratori hanno anche già identificato un farmaco che potrebbe ridurre la risposta infiammatoria e, allo stesso tempo, promuovere la rimozione della beta-amiloide dai neuroni. Per quanto riguarda la possibilità di utilizzare il Thc nella terapia dell’Alzheimer, lo stesso Schubert sottolinea che sarà prima necessario testarne l’efficacia in studi clinici. La strada verso l’applicazione pratica di queste scoperte sembra insomma essere ancora lunga, ma secondo i ricercatori i dati emersi da questo studio “suggeriscono fortemente che un intervento precoce mirato alla riduzione della proteotossicità della beta-amiloide potrebbe ridurre l’iniziazione o la progressione dell’Alzheimer”.

 

Foto: © freshidea - Fotolia.com

di Silvia Soligon
Pubblicato il 21/02/2017