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Paraplegia, ecco l'avatar per tornare a camminare dopo una paralisi totale

Ha restituito controllo delle gambe e sensibilità a 8 pazienti paralizzati da anni

Un tempo era dato per scontato che dopo una diagnosi di paralisi totale ogni speranza di tornare a camminare fosse vana. Oggi, invece, gli avanzamenti in campo scientifico e tecnologico dimostrano che anche ad anni di distanza dal verdetto di paraplegia è possibile riacquisire il controllo e la sensibilità nelle aree coinvolte da gravi danni al midollo spinale. L'ultima buona notizia nel campo arriva dalla Duke University di Durham, negli Stati Uniti, dove l'esperto di neuroscienze Miguel Nicolelis ha coordinato la messa a punto di un'interfaccia cervello-macchina, una sorta di avatar che ha permesso ad 8 persone che hanno trascorso anni paralizzati in seguito a danni al midollo spinale di recuperare parzialmente la capacità di controllo dei muscoli e la sensibilità a livello delle gambe.

 

I casi degli 8 pazienti sono illustrati in un articolo appena pubblicato sulla rivista Scientific Reports. Tutti hanno utilizzato delle interfacce cervello-macchina messe a punto da Nicolelis in circa vent'anni di studi, durante i quali è risalito ai comandi generati dai neuroni nel cervello e li ha tradotti in movimento. Alla base del loro funzionamento c'è un sistema per la realtà virtuale che utilizzando l'attività cerebrale del singolo paziente ha permesso di simulare la possibilità di poter controllare le gambe nonostante la paralisi. Stabilendo una comunicazione diretta tra il cervello e dei computer o delle protesi queste interfacce hanno permesso ai pazienti di recuperare non solo la sensibilità e la capacità di muovere le gambe ma, in molti casi, anche di controllare meglio vescica e intestino, ridurre la necessità di ricorrere all'uso di lassativi e cateteri e di correre un minor rischio di infezioni, comuni in caso di paralisi croniche.

 

Secondo Nicolelis tutto ciò potrebbe essere reso possibile dalla presenza, rilevata già in passato in un'elevata percentuale di pazienti con paraplegia totale, di alcuni nervi spinali intatti. “Potrebbero rimanere inattivi per molti anni perché ai muscoli non arrivano segnali dalla corteccia [cerebrale] – spiega l'esperto – Con il tempo, l'allenamento con l'interfaccia cervello-macchina potrebbe aver riacceso questi nervi. Potrebbe darsi che a rimanere sia un piccolo numero di fibre, ma potrebbe essere sufficiente per trasmettere segnali dall'area corticale del cervello che controlla i movimenti al midollo spinale”.

 

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Questo lavoro, sottolinea Nicolelis, dimostra che “i pazienti che utilizzano un'interfaccia cervello-macchina per un lungo periodo di tempo vanno incontro a miglioramenti nel comportamento motorio, nelle sensazioni tattili e nelle funzioni viscerali al di sotto del livello del danno al midollo spinale. Fino ad ora – ricorda l'esperto – nessuno aveva osservato un recupero di queste funzioni in un paziente così tanti anni dopo una diagnosi di paralisi totale”. Oggi, invece, questo studio offre nuove speranze non solo alle vittime di danni al midollo osseo ma anche a quelle degli ictus e di altre condizioni che possono portare alla perdita di forza, capacità motorie e indipendenza.

 

Foto: © adimas - Fotolia.com

di Silvia Soligon
Pubblicato il 12/08/2016

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