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Tumore della prostata, diminuita mortalità in Italia

I trattamenti terapeutici variano a seconda della fascia d’età dei pazienti

In Italia è diminuita la mortalità per tumore della prostata. Merito della diagnosi precoce e dei miglioramenti terapeutici, secondo i ricercatori dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano che, in collaborazione con l'Associazione italiana registri tumori (Airtum), hanno condotto un’indagine sul modo in cui si è evoluto il trattamento di questa forma di cancro nel Belpaese, a partire dagli anni ’90.

 

Lo studio, pubblicato sulla rivista European Journal of Cancer, ha confrontato il numero di diagnosi di tumore della prostata e le terapie impiegate per curarlo in due diversi periodi di tempo: gli anni compresi tra il 1996 e il 1999 e quelli compresi tra il 2005 e il 2007. L’esame ha evidenziato un aumento del numero di pazienti che ricevono la diagnosi con classe di rischio bassa e una riduzione dei casi diagnosticati in fase tardiva - classe di rischio alta o metastatica. Inoltre, ha registrato un miglioramento complessivo della sopravvivenza nei gruppi di pazienti ad alto rischio. Secondo gli esperti, il miglioramento terapeutico e la diagnosi precoce hanno contribuito al raggiungimento di questi risultati. 

 

Gli studiosi hanno osservato che l’approccio di cura varia a seconda dell’età dei pazienti: gli ultrasettantacinquenni ricevono raramente trattamenti radicali, mentre gli uomini più giovani sono sottoposti maggiormente a interventi invasivi. Sotto i 75 anni, infatti, si è registrato un incremento della prostatectomia radicale, ma non della radioterapia. La ricerca, quindi, evidenzierebbe un possibile ‘overtreatment’ dei pazienti a basso rischio e un sottotrattamento dei malati più anziani.

 

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“Grazie alla diagnosi precoce, negli anni si è verificato un calo della mortalità. Questo ci permette di avere meno casi di diagnosi in fase di tumore aggressivo – spiega Riccardo Valdagni, Direttore della Radioterapia Oncologica 1 e Direttore del Programma Prostata dell'Istituto Nazionale dei Tumori -. I dati però ci mostrano anche un 'rovescio della medaglia', e cioè il sospetto che non manchino casi di trattamenti eccessivi e troppo radicali, spesso non necessari: effettuando diagnosi su molti pazienti, infatti, occorre utilizzare particolari cautele nei casi in cui il tumore sia poco aggressivo”.

 

L’esperto sottolinea che l’intervento radicale non rappresenta sempre la migliore via da seguire: “In determinate situazioni cliniche non è necessario intervenire subito in modo radicale (chirurgia, radioterapia esterna, brachiterapia), ma è consigliabile sottoporre il paziente a sorveglianza attiva, cioè a un percorso di monitoraggio del tumore definito a rischio di progressione basso e molto basso – osserva Valdagni -. Ciò consentirebbe di limitare i casi di overtreatment dei tumori indolenti, e quindi gli effetti collaterali delle terapie, riuscendo a garantire al paziente una migliore qualità di vita”.

 

Foto: © fotoliaxrender - Fotolia.com

di n.c.
Pubblicato il 10/11/2016

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