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Agenas, progressi incoraggianti per il Servizio Sanitario

Restano però ancora divari all'interno e all'esterno delle Regioni

L'analisi della qualità delle cure offerte agli assistiti del Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) italiano dipinge un quadro di “progressi incoraggianti”. Ad affermarlo è l'Agenas (l'Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), che presentando i risultati dell'edizione 2016 del Programma Nazionale Esiti (Pne) sottolinea come sia possibile “rispondere in modo efficace ed efficiente ai bisogni di salute del cittadino grazie ad interventi mirati, che incidono sull’organizzazione dell’offerta sanitaria delle diverse strutture assistenziali”.

 

Il Pne è un’attività attraverso cui il SSN intende migliorare le prestazioni delle regioni, delle aziende e degli operatori e analizzare i profili critici, valutando sia l'assistenza ospedaliera che la qualità di quella territoriale. Per farlo si basa sui cosiddetti indicatori di esito, ognuno dei quali misura caratteristiche diverse dell'assistenza sanitaria concentrandosi sugli interventi dall'efficacia provata che dovrebbero essere offerti in egual modo a tutta la popolazione. Il “Pne documenta una estrema eterogeneità nell’offerta e accesso della popolazione ai trattamenti di provata efficacia sia all’interno della stessa realtà regionale sia tra Regioni – spiega l'Agenas nella sintesi relativa all'edizione 2016 – Parte di questa eterogeneità potrebbe essere determinata dalla variabilità nella qualità dei sistemi informativi sanitari e parte dalla variabilità nella qualità delle cure offerte”.

 

Il Pne 2016 ha ad esempio rilevato “una notevole variabilità” nella capacità di garantire un intervento chirurgico tempestivo entro 2 giorni per la frattura del collo del femore ai soggetti fragili sopra i 65 anni, sia a livello interregionale che all'interno di una singola Regione. “In ogni Regione è presente almeno una struttura che rispetta lo standard – spiega l'Agenas – fatta eccezione per Campania, Molise e Calabria”. Restano inoltre differenze significative tra le regioni del Nord e quelle del Sud nel numero di parti cesarei primari, la cui quota massima è fissata dal Ministero della Salute al 25% per le maternità con più di 1000 parti all'anno e al 15% per le maternità con meno di 1000 parti all'anno. La loro proporzione continua a scendere, ma restano casi in cui i valori medi sono superiori al 20%, con un picco stabile al 50% in Campania e la Liguria che mostra dati analoghi a quelli delle regioni del Sud. La mortalità per infarto acuto del miocardio a 30 giorni dal ricovero è invece caratterizzata da una variabilità bassa a livello interregionale e discreta all'interno delle singole regioni.

 

Dal Pne 2016 emergono inoltre dati sugli indicatori di ospedalizzazione; in particolare:

. tra il 2010 e il 2015 il tasso di ospedalizzazione per broncopneumopatia cronica ostruttiva, evitando circa 16 mila ricoveri non strettamente necessari;

. nel 2015 è diminuito anche il tasso di ospedalizzazione per tonsillectomia, evitando più di 5 mila interventi ad alto rischio di inappropriatezza, ma la variabilità intra e interregionale è elevata;

. dal 2010 al 2015 è diminuito anche il tasso di ospedalizzazione per appendicectomia laparotomica, mentre sono aumentati i ricoveri per appendicectomia laparoscopica, offerta però molto più spesso nelle Regioni del Nord.

 

Infine, il PNE 2016 conferma l'associazione tra i volumi di attività e gli esiti. In particolare, dalle analisi condotte è emerso che:

. solo il 27% delle strutture ospedaliere che eseguono più di 10 interventi chirurgi per il tumore della mammella ha un volume di attività superiore ai 150 interventi all'anno che rappresentano la soglie minima stabilita dal Ministero della Salute;

. solo il 29% delle strutture che eseguono più di 5 interventi all'anno per tumore allo stomaco supera un volume di 20 interventi annui;

. solo il 25% delle strutture che eseguono più di 5 interventi chirurgici per tumore del polmone ha un volume di attività superiore a 100 interventi all'anno;

. escludendo quelle con meno di 10 parti all'anno, solo il 24% delle strutture ospedaliere ha meno di 500 parti all'anno, limite al di sotto del quale l'accordo Stato Regioni prevedeva già nel 2010 la chiusura delle maternità. “Le evidenze scientifiche evidenziano un’associazione tra bassi volumi ed esiti sfavorevoli”, spiega Agenas, ma fortunatamente il numero di strutture al di sotto del limite stabilito è in diminuzione rispetto al 2010.

 

Foto: © spotmatikphoto - Fotolia.com

di red.
Pubblicato il 27/12/2016

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