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Sonno, non dormi la notte? Dipende da un gene

Se si fatica ad alzarsi presto al mattino e la notte non si vorrebbe mai andare a dormire, la colpa potrebbe essere di una mutazione genetica. La variante di un gene, chiamato CRY1, sarebbe infatti in grado di rallentare l'orologio circadiano umano, prolungando la durata del ciclo sonno-veglia. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Cell dai ricercatori statunitensi della Rockefeller University di New York e del Weill Cornell Medical College di White Plains, secondo cui i portatori di questa mutazione sentirebbero la necessità di addormentarsi circa 2-2,5 ore dopo rispetto alle persone dotate della versione “normale” del gene.

 

Spesso ai cosiddetti “nottambuli” viene diagnosticata la sindrome della fase del sonno ritardata (Dspd), un disturbo caratterizzato da un ritardo del ciclo sonno-veglia, che induce chi ne soffre a sentirsi energico molto tempo dopo che le altre persone sono andate a dormire. Per scoprirne l’origine, gli scienziati hanno chiesto a un gruppo di volontari di trascorrere due settimane all’interno di un appartamento situato in laboratorio, che era stato isolato da qualsiasi elemento che potesse indicare l'ora del giorno. Di conseguenza i partecipanti, privi di riferimenti orari, tendevano a mangiare e a dormire in base alle loro inclinazioni naturali

 

Durante l’esperimento, i ricercatori hanno osservato che la maggior parte delle persone continuava a seguire un ciclo sonno-veglia di circa 24 ore, mentre un soggetto non solo dormiva fino a tardi, ma aveva un ciclo più lungo di circa 30 minuti. Gli studiosi ne hanno quindi analizzato il Dna, scoprendo che era portatore della mutazione di CRY1, un gene coinvolto nella regolazione del ritmo circadiano. Su questa base, gli scienziati hanno poi analizzato diverse banche dati genetiche, scoprendo che molte persone affette da Dsps possedevano la variante di CRY1. Inoltre, hanno calcolato che almeno una persona su 75 sarebbe portatrice di questa mutazione. 

 

Gli esperti precisano che i risultati della loro indagine non offrono benefici immediati agli individui affetti da Dspd. Tuttavia, la scoperta potrebbe favorire lo sviluppo di trattamenti in grado di migliorare la loro qualità di vita. “Per i portatori della mutazione i giorni durano più a lungo, per cui queste persone sono essenzialmente impegnate a rimettersi a pari con gli altri per tutta la vita – osserva Alina Patke, che ha diretto lo studio -. Trovare la causa non risolve immediatamente il problema. Ma non è escluso che in futuro la conoscenza di questo meccanismo consenta di sviluppare farmaci efficaci”.

 

Foto: © laszlolorik - Fotolia.com

di Nadia Comerci
Pubblicato il 19/04/2017

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