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Cambiare dieta cambia il microbiota intestinale

Quando si cambia la dieta, si modifica anche la composizione del microbiota intestinale. Lo evidenzia uno studio pubblicato sulla rivista Science da un gruppo di ricerca internazionale coordinato da Justin L. Sonnenburg, che ha analizzato la flora batterica degli Hadza, un popolo di cacciatori-raccoglitori della Tanzania, il cui regime alimentare varia in base alle stagioni.

 

Gli autori hanno scelto di studiare gli Hadza perché rappresentano una delle ultime popolazioni dell’Africa che conduce uno stile di vita tradizionale basato sulla caccia e sulla raccolta. Esaminare i loro batteri intestinali permette, dunque, di comprendere il modo in cui si è evoluto il microbiota umano nelle società industrializzate. Inoltre, la dieta degli Hadza varia durante i diversi periodi dell’anno: nei mesi umidi è caratterizzata soprattutto dal consumo di bacche e miele, mentre in quelli asciutti principalmente dalla cacciagione.

 

“Le popolazioni di cacciatori-raccoglitori sopravvissute rappresentano quanto di più vicino ci sia a una macchina del tempo nel moderno mondo industrializzato, che ci aiuta a comprendere i nostri lontani antenati umani - afferma il dottor Sonnenburg -. I cento-duecento Hadza legati che conservano queste abitudini probabilmente le perderanno nel giro di un decennio o due, forse prima. Alcuni utilizzano già i telefoni cellulari. Volevamo approfittare di questa breve finestra temporale per esplorare il nostro microbiota in via di estinzione”.

 

Per scoprire il rapporto esistente tra la variazione della dieta e il microbiota intestinale, gli scienziati hanno analizzato 350 campioni di feci provenienti da 188 Hadza, che sono stati raccolti in stagioni diverse. Hanno così osservato che il 70% dei microrganismi del genere Bacteroidetes spariva dall’intestino degli africani tra la fine della stagione secca e l'inizio di quella umida, per poi tornare nei mesi successivi. In generale sono state identificate quattro famiglie di batteri che sono particolarmente vulnerabili al cambio di alimentazione.

 

Successivamente, i ricercatori hanno confrontato i batteri intestinali degli Hadza con quelli di 18 popolazioni provenienti da 16 paesi diversi. Al termine dell’indagine, hanno scoperto che la flora intestinale degli africani era significativamente diversa rispetto a quella degli altri. È, infatti, emerso che il microbiota degli abitanti delle zone industrializzate era dominato dai batteri della famiglia Bacteroidaceae, che costituivano in media il 21% del microbiota. Inoltre, due famiglie di batteri che risultavano prevalenti tra gli Hadza erano rare o completamente sconosciute nelle persone che seguono diete non tradizionali. È anche emerso che la popolazione africana possedeva un numero maggiore di enzimi specializzati nell’elaborazione dei carboidrati vegetali rispetto ai consumatori delle diete occidentali. Infine, gli autori hanno rilevato che il microbiota delle popolazioni statunitensi presentava un numero sostanzialmente maggiore di geni resistenti agli antibiotici rispetto agli Hadza. Secondo gli autori, le differenze riscontrate nel microbiota delle diverse popolazioni potrebbero essere dovute, almeno in parte, al diverso consumo di fibre. “Gli Hadza consumano in media 100 o più grammi di fibre al giorno – spiega Sonnenburg -, mentre noi in media ne mangiano 15 grammi al giorno”.

 

Foto: © Giuseppe Porzani Fotolia.com

di Nadia Comerci
Pubblicato il 07/09/2017