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Tumore alla prostata, i benefici della sorveglianza attiva

In alcuni casi per il tumore alla prostata può essere sufficiente tenere sotto controllo la neoplasia, senza ricorrere, almeno inizialmente, alle terapie più radicali: è la sorveglianza attiva, i cui benefici sono stati documentati da un recente studio dell’Istituto nazionale dei Tumori di Milano e dall’Università degli Studi di Milano pubblicato su Tumori Journal. A questo tipo di intervento potrebbe essere destinato il 30% dei pazienti con carcinoma prostatico.  

 

Allo studio hanno preso parte 818 pazienti con un tumore alla prostata ad andamento indolente. I pazienti sono stati sottoposti a monitoraggio continuativo con l'obiettivo principale di ridurre o differire i trattamenti curativi: «Si tratta di uno dei più ampi studi condotto da un singolo istituto a livello europeo. È in sostanza la più grande casistica italiana di pazienti con tumore della prostata a basso rischio attraverso la quale abbiamo potuto identificare un approccio alla malattia molto diverso rispetto al passato», spiega il professor Riccardo Valdagni, dell’Istituto Nazionale Tumori di Milano e docente dell’Università degli Studi di Milano.

 

Il tumore alla prostata

 

È la neoplasia più frequente nel sesso maschile: dopo i 50 anni due diagnosi su dieci di tumore sono di tumore alla prostata. La mortalità è in netto calo da diversi anni e la sopravvivenza, tanto a cinque quanto a dieci anni dalla diagnosi, raggiunge il 90%.  

 

Il suo trattamento viene definito in base alle caratteristiche della neoplasia e a quelle del paziente: età, aspettativa di vita, condizioni generali di salute. Le terapie sono la chirurgia e la radioterapia, che possono avere ricadute negative sulla qualità di vita del paziente. Oltre a queste c’è la sorveglianza attiva.

 

"Osservare" il tumore nel tempo

 

La sorveglianza attiva prevede il semplice monitoraggio dell’evoluzione della neoplasia e viene riservata ai casi in cui la patologia è a basso rischio o il paziente ha una limitata aspettativa di vita. Almeno il 30% delle diagnosi di tumore alla prostata potrebbero dar seguito a un intervento di questo tipo, ricordano i ricercatori dei due centri milanesi.  

 

Lo studio conferma l'efficacia e la sicurezza della sorveglianza attiva. I pazienti vengono sottoposti a due controlli clinici ogni anno con la palpazione della ghiandola prostatica e a quattro analisi del PSA. Dopo il primo anno dall’ingresso nel programma di sorveglianza attiva, e periodicamente, è necessario ripetere la biopsia.  

 

«Il dato estremamente positivo emerso dallo studio è che a distanza di cinque anni, il 50% dei pazienti è ancora nel programma di sorveglianza attiva. In più, non si sono verificati decessi a causa del carcinoma prostatico e neppure metastasi. Questo significa che la metà dei pazienti arruolati, a 5 anni dalla diagnosi, ha potuto evitare gli effetti indesiderati di un trattamento curativo non necessario e quindi inappropriato», aggiunge il professor Valdagni.

 

Foto: © shefkate - Fotolia.com

di red.
Pubblicato il 20/09/2017