Logo salute24

Ricerca: "editato" il Dna di embrioni umani

Per la prima volta, è stato modificato il Dna di alcuni embrioni umani. A portare a termine l’esperimento è stato un gruppo di ricerca britannico-coreano coordinato da Kathy K. Niakan del The Francis Crick Institute di Londra (Regno Unito), secondo cui i risultati della sperimentazione potrebbero aiutare a scoprire nuovi metodi per migliorare le procedure di procreazione medicalmente assistita, oppure a spiegare perché alcune donne subiscono aborti spontanei.

 

L’indagine, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature, è stata condotta su 41 embrioni umani inutilizzati nei trattamenti di fecondazione assistita, che sono stati donati dalle coppie a fini di ricerca. Per modificarne il Dna, gli scienziati hanno utilizzato la tecnica di editing genomico Crispr-Cas9, che viene generalmente impiegata per mutare il genoma degli organismi al fine di migliorarne le caratteristiche essenziali. L’uso di questa tecnologia ha permesso ai ricercatori d’individuare i miliardi di lettere che formano il codice genetico, identificare il loro obiettivo genetico e disattivarlo in modo efficace. Nello specifico, gli esperti hanno disattivato il gene Pou5f1, che codifica la proteina Oct4, che svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo embrionale. Hanno quindi osservato il modo in cui gli embrioni si sono sviluppati nei sette giorni successivi alla manipolazione genetica.

 

Durante la prima settimana, un embrione normale e sano si differenzia, passando da una a circa 200 cellule, e comincia ad attribuire alle diverse cellule i loro compiti specifici. Mentre si svolge questo processo, l'embrione forma una sfera cava chiamata blastocisti, che contiene alcune cellule destinate a formare la placenta, il sacco vitellino, il cordone ombelicale e altri elementi. Gli scienziati hanno scoperto che negli embrioni in cui era stato disattivato il gene Pou5f1, la blastocisti non è stata in grado di formarsi. Di conseguenza, sono giunti alla conclusione che l’azione di Oct4 sia essenziale per il successo di questo processo.

  

Gli studiosi ritengono che approfondire la comprensione delle prime fasi della vita umana potrebbe aiutare a spiegare cosa “va storto” nelle procedure di procreazione assistita, durante le quali, su 100 ovuli fecondati, meno di 50 raggiungono lo stadio blastocistico, 25 vengono impianti nel grembo materno e solo 13 si sviluppano oltre i tre mesi. Inoltre, la scoperta potrebbe aiutare a fare luce sulle cause dell’aborto spontaneo. “Questa ricerca ci fornisce una conoscenza di base sulle prime fasi dello sviluppo umano – spiega la dottoressa Niakan -. Se riuscissimo a identificare i principali geni che permettono all’embrione di svilupparsi con successo, in futuro potremmo migliorare le tecniche di fecondazione in vitro e ottenere informazioni molto importanti sul perché alcune gravidanze falliscono”.

 

Foto: © Mopic - Fotolia.com

di Nadia Comerci
Pubblicato il 22/09/2017