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Microbiota intestinale, "batteri buoni" per trattare la malattia di Crohn

I batteri “buoni” potrebbero essere utilizzati per modificare la composizione del microbiota intestinale, allo scopo di curare la malattia di Crohn. Lo sostiene una ricerca pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine dagli scienziati dell’Università della Pennsylvania di Philadelphia (Usa), secondo cui la patologia sarebbe dovuta, almeno in parte, alla squilibrio della flora batterica, che sarebbe causato da un enzima,  chiamato ureasi, prodotto da un tipo di batteri  “cattivi”, noti come Proteobacteria. Gli esperti ritengono che introdurre nell’intestino i batteri “buoni”, privi di quest’enzima, e prelevare quelli “cattivi”, potrebbe quindi rappresentare un approccio efficace contro le patologie infiammatorie intestinali. “Dal momento che in  questo processo è coinvolto un singolo enzima, potrebbe costituire una soluzione mirata - spiega Gary D. Wu, che ha coordinato la ricerca -. L'idea è che potremmo 'progettare' la composizione del microbiota in modo da privarlo di questo particolare enzima”.

 

L’indagine è stata condotta sui batteri presenti nei campioni fecali di 26 bambini sani e di 90 pazienti pediatrici affetti dalla malattia di Crohn, che avevano preso parte allo studio “Pediatric Longitudinal Study of Elemental Diet and Stool Microbiota Composition (Please)”. Gli studiosi hanno scoperto che i batteri Proteobacteria, che si nutrono di urea (un prodotto di scarto che può finire nel colon), potrebbero svolgere un ruolo essenziale nello sviluppo della disbiosi - uno squilibrio del microbiota intestinale, in cui i batteri "cattivi" sono più di quelli "buoni", che risulta coinvolta nello sviluppo della malattia di Crohn. In particolare, gli scienziati hanno osservato che i batteri "cattivi" che contengono l'enzima ureasi tendono a convertire l'urea in ammoniaca (metabolismo dell'azoto), che viene poi riassorbita dai batteri per produrre gli amminoacidi associati alla disbiosi. I batteri "buoni", invece, potrebbero non rispondere in modo simile. Di conseguenza, secondo gli esperti, potrebbero essere usati per migliorare la composizione della flora intestinale e per combattere le infiammazioni intestinali.

 

“Lo studio è rilevante perché dimostra che il movimento dell'azoto nei batteri rappresenta un processo importante per lo sviluppo della disbiosi - spiega il dottor Wu -. Dimostra anche che usando un singolo enzima potrebbe riconfigurare l'intera composizione del microbiota intestinale. I risultati della ricerca e l'analisi dei campioni biologici raccolti potranno essere impiegati per costruire una piattaforma tecnologica, che consenta di progettare una composizione benefica del microbiota intestinale, capace di migliorare il trattamento delle malattie infiammatorie intestinali”.

 

Foto: © vitanovski - Fotolia.com

di n.c.
Pubblicato il 15/12/2017