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Colite, il trattamento arriva dell'editing dei batteri intestinali

Per combattere la colite, potrebbe bastare “colpire” i batteri intestinali appartenenti alla famiglia delle Enterobatteriacee, senza coinvolgere gli altri microrganismi che formano il microbiota. Lo suggerisce uno studio pubblicato sulla rivista Nature dagli scienziati statunitensi della University of Texas Southwestern Medical Center di Dallas e dell’Università della California di Davis, secondo cui bloccare la crescita eccessiva di questi batteri – che si verifica quando è in corso un’infiammazione -, potrebbe prevenire o ridurre la gravità della malattia. Questo permetterebbe di non dover ricorrere agli antibiotici ad ampio spettro e, pertanto, di salvaguardare la composizione della flora intestinale.

 

“I medici usano gli antibiotici ad ampio spettro per uccidere quanti più batteri possibile – spiega Sebastian E. Winter, che ha coordinato la ricerca -. Se un paziente si presenta in clinica in gravi condizioni e non c'è tempo per identificare l’agente patogeno specifico, verranno utilizzati antibiotici ad ampio spettro. Gli effetti di questi farmaci sul microbiota intestinale sono devastanti. È come usare una torcia in un'aiuola e sperare che una volta eliminate le erbacce, i fiori possano prosperare. Nel nostro caso, abbiamo trovato il modo di colpire solo una famiglia di batteri, le Enterobatteriacee, e soltanto durante l'infiammazione. Sono necessari ulteriori studi per individuare potenziali terapie per le malattie umane, ma questo rappresenta un promettente primo passo”.

 

Gli scienziati spiegano che i batteri appartenenti alla famiglia delle Enterobatteriacee, come gli Escherichia coli non patogeni, sono presenti in piccole quantità nell'intestino sano e lo proteggono dalle infezioni causate da agenti patogeni come la Salmonella. Tuttavia, il modo in cui questi microrganismi generano energia per crescere e per ottenere le sostanze nutritive differisce da quello degli altri batteri intestinali. In particolare, spiegano gli esperti, in presenza di un’infiammazione i membri di questa famiglia utilizzano “trucchi metabolici” per moltiplicarsi in modo eccessivo. Nel corso della ricerca, gli studiosi hanno quindi provato a fermare questo processo in alcuni topi, somministrando agli animali il tungsteno in forma solubile. Il minerale è stato in grado d’influenzare il modo in cui le Enterobatteriacee producono energia, rallentando la crescita nociva dei batteri, durante la fase di riacutizzazione delle infiammazioni.

 

I ricercatori hanno osservato, nello specifico, che il tungsteno è stato in grado di prevenire selettivamente soltanto la riproduzione incontrollata delle Enterobatteriacee, senza influenzare gli altri batteri benefici presenti nell'intestino - probabilmente perché il loro metodo di generare energia si basa su elementi differenti. “Vale la pena notare che la nostra strategia inibisce solo la crescita delle Enterobatteriacee durante l'infiammazione intestinale, senza eliminarle completamente – aggiunge il dottor Winter -.  Si tratta di un risultato importante perché nelle giuste proporzioni, le Enterobatteriacee proteggono contro la colonizzazione di agenti patogeni batterici. Pertanto, controllare la crescita di questi batteri durante gli episodi d’infiammazione è preferibile a rimuoverli completamente dal sistema”.

 

Gli autori precisano che l’impiego del tungsteno ha riportato in equilibrio il microbiota intestinale dei topi e ha ridotto l'infiammazione. Non ha curato completamente la malattia, ma ha migliorato la salute generale degli animali. Dato che questo minerale può essere pericoloso se assunto in dosi elevate, gli scienziati intendono individuare una terapia sicura che eserciti un effetto simile e sia in grado di contrastare la colite negli umani. “L'esposizione al tungsteno, un metallo pesante, può potenzialmente determinare gravi effetti negativi, come danni neurologici e all’apparto riproduttivo – conclude l’esperto -. I nostri risultati indicano che, in linea di principio, potrebbe essere possibile sfruttare i normali batteri intestinali per ottenere benefici per l'ospite, per esempio indirizzando attentamente la funzione e la composizione del microbiota intestinale in presenza delle infiammazioni intestinali”.

 

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di Nadia Comerci
Pubblicato il 08/02/2018

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