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Colesterolo “buono”, quando è troppo fa male

Buono, ma solo se entro certi limiti. È il colesterolo HDL, alleato della salute, che però, quando è troppo elevato, potrebbe rivelarsi un boomerang. Livelli molto alti di colesterolo “buono” sono stati infatti associati a un maggior rischio di infarto e mortalità da diversi studi, ultimo dei quali una ricerca presentata al congresso 2018 della European Society of Cardiology. “Potrebbe essere il momento di cambiare il modo in cui si guarda al colesterolo HDL. Tradizionalmente i medici dicono ai loro pazienti che il colesterolo “buono” più alto è e meglio è. Tuttavia i risultati di questo e altri studi suggeriscono che potrebbe non essere più così”, spiega il ricercatore Marc Allard-Ratick della Emory University School of Medicine (Stati Uniti).

LDL e HDL

Sono due le sigle che identificano il colesterolo, un composto prodotto sia dall'organismo che assunto con l'alimentazione. LDL, ovvero le lipoproteine a bassa densità che trasportano il colesterolo nel sangue, quello nocivo quando in eccesso, e HDL, le lipoproteine ad alta densità, che invece lo rimuovono e lo trasportano al fegato. Se il primo è un tipo di colesterolo “cattivo”, il secondo è invece “buono” proprio perché aiuta a smaltire il colesterolo potenzialmente dannoso per la salute di cuore e vasi.

Se dunque è vero che chi presenta bassi livelli di HDL è a maggior rischio di malattia cardiovascolare, non è chiaro invece cosa succede in caso di alti livelli di colesterolo “buono”: il suo effetto protettivo si mantiene?

HDL in eccesso

Lo studio presentato al congresso ha approfondito la relazione tra i livelli di HDL e il rischio di infarto e mortalità analizzando i dati di poco meno di seimila partecipanti, molti dei quali con malattia cardiaca, con un'età media di 63 anni. Più di un terzo della popolazione era di sesso femminile. I partecipanti sono stati divisi in cinque gruppi secondo il loro livello di colesterolo HDL:
- meno di 30 mg/dl
- compreso fra 31 e 40 mg/dl
- fra 41 e 50 mg/dl
- compreso fra 51 e 60 mg/dl
- maggiore di 60 mg/dl.

In un follow-up di quattro anni, il 13% dei partecipanti è stato colpito da infarto o è deceduto sempre per cause cardiovascolari. Dall'analisi è emerso che il terzo e quarto gruppo aveva un rischio di mortalità e di infarto più basso, quindi sotto i 41 e sopra i 60 mg/dl di colesterolo HDL, ossia a livelli molto alti. Il rischio era addirittura maggiore di quasi il 50% sopra i 60 mg/dl rispetto a quello associato a questo intervallo intermedio. La correlazione è risultata valida dopo aver corretto i dati dall'effetto di altri fattori di rischio per il cuore, come il fumo di sigaretta o il diabete, e di altri fattori associati ad alti valori di HDL, come l'assunzione di alcol.

Lo studio consolida i risultati di altri lavori di ricerca condotti su ampie popolazioni tra cui uno pubblicato nel 2017 su European Heart Journal che ha associato valori elevatissimi di HDL a un maggior rischio di mortalità generale e non solo per cause cardiovascolari.

Il motivo di questa associazione non è tuttavia ancora chiaro: “Una possibile spiegazione è che i livelli estremamente alti di HDL possono rappresentare un tipo di colesterolo disfunzionale che può promuovere piuttosto che proteggere dalle malattie cardiovascolari”, conclude Allard-Ratick.

 

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di Vito Miraglia
Pubblicato il 29/08/2018