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Natalità, un nuovo baby boom nel mondo grazie ai Paesi più poveri

Sempre meno figli nei Paesi ad alto reddito e sempre più figli in quelli meno abbienti. Nel mondo ci sono enormi differenze tra i diversi Paesi riguardo al tasso generale di fertilità. Se in Niger la media di figli per donna è di sette si arriva a poco più di uno in Stati come Italia e Spagna. La popolazione mondiale è in continua crescita e lo è grazie a diversi Paesi di Asia e Africa: nel 2017 si è registrato un livello di 7,6 miliardi di persone mentre nel 1950 erano cinque miliardi in meno. Dei Paesi che dal 2010 crescono a ritmi di oltre il 2% annuo ben 33 si trovano nell'Africa Sub-Sahariana ma anche in Asia e Centro America, dall'India al Pakistan ad Haiti.

I dati arrivano dall'Institute for Health Metrics and Evaluation, fondato alla University of Washington dalla Fondazione Bill and Melinda Gates, e sono inclusi nel Global Burden of Disease, il report pubblicato su Lancet che misura ogni anno le condizioni e lo stato di salute della popolazione in 195 nazioni.

Un baby boom nel mondo

Molte nazioni stanno facendo i conti con il crollo della natalità. Sono 91 gli Stati in cui non si supera la soglia di due figli per donna che assicura il ricambio della popolazione. Tra questi Spagna, Singapore, Norvegia e Corea del Sud. In Italia il tasso di fertilità generale nel 2017 è pari a 1,3 mentre è Cipro il Paese in cui si fanno meno figli con un tasso fermo a 1,0. Di contro sono 104 le nazioni in cui la soglia dei due figli viene superata; tra questi Somalia, Mali, Chad e Afhganistan che toccano e oltrepassano quota 6.

“Questi dati – spiega Christopher Murray, direttore dell'istituto di ricerca –  rappresentano un baby boom per alcune nazioni e un baby flop per altri. I tassi più bassi di fertilità riflettono per molte donne la scelta di ritardare o rinunciare alla maternità ma anche l'esistenza di maggiori opportunità per l'istruzione e il lavoro”. Inevitabilmente, dunque, le differenze tra i vari Paesi sono specchio delle diverse condizioni socio-economiche che caratterizzano l'economia globale.

Malattie cardiovascolari prima causa di morte

Rispetto a circa settant'anni fa non solo ci sono più persone ma si vive anche più a lungo. L'aspettativa di vita è aumentata a 70,5 anni in media per gli uomini e 75,6 per le donne quando nel 1990 era rispettivamente pari a 63,2 e 68 anni. Considerando invece il numero di anni di vita in salute, la speranza è massima a Singapore (74,2 anni), in Giappone (73,1) e Spagna (72,1), seguiti da Svizzera (72) e Italia (71,9).

Ma alla longevità è associato un maggiore impatto delle patologie. Se da un lato le malattie infettive sono meno pericolose di un tempo dall'altro sono sempre più diffuse quelle non trasmissibili, correlate, tra l'altro a stili di vita rischiosi. L'ipertensione e il fumo di sigaretta sono risultati i maggiori fattori di rischio per la salute. Il Global Burden of Disease ha valutato anche i comportamenti degli Stati in relazione agli Obiettivi di Sviluppo sostenibile per il 2030 dell'Onu che riflettono questo diverso peso delle patologie. Molti Paesi stanno facendo passi avanti verso i traguardi che riguardano l'epidemia di malaria o la mortalità infantile (meno di 5 anni), neonatale e materna mentre restano lontani gli obiettivi relativi a malattie come diabete e ictus.

Il report ha indicato infine le malattie cardiovascolari come la principale causa di mortalità nel pianeta. Queste, così come le patologie neonatali, all'ictus, alle infezioni polmonari, alla diarrea, agli incidenti stradali e alla broncopneumopatica cronico-ostruttiva, hanno causato almeno un milione di decessi. Inoltre c'è stato un rapido aumento nei tassi di mortalità per patologie come la tubercolosi per le quali la resistenza agli antibiotici è un fattore rilevante.

 

Foto: Pixabay

di Vito Miraglia
Pubblicato il 14/11/2018