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Ecco perché gli schermi alterano il sonno

Scoperto il meccanismo attraverso cui l’uso di computer, smartphone e tablet prima di andare a dormire potrebbe alterare il sonno. La luce artificiale emessa da questi dispositivi sarebbe in grado d’influenzare il funzionamento di due proteine presenti nell’occhio, che giocano un ruolo essenziale nella regolazione dell'orologio biologico. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Cell Reports dagli scienziati del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla (Usa) e del St. Olaf College di Northfield (Usa), secondo cui la scoperta potrebbe favorire l’individuazione di nuovi trattamenti per l'emicrania, l'insonnia, il jet lag e i disturbi del ritmo circadiano.

 

Gli autori spiegano che nello strato più interno della retina è presente una piccola popolazione di cellule sensibili alla luce. Quando vengono esposte a una fonte luminose, una proteina chiamata melanopsina si rigenera continuamente al loro interno, segnalando la presenza e i livelli della luce ambientale direttamente al cervello, che regola il rapporto tra il sonno e la veglia. La melanopsina svolge un ruolo fondamentale nella sincronizzazione dell'orologio biologico dopo 10 minuti d’illuminazione e, in condizioni di luce intensa, sopprime l'ormone melatonina, responsabile della regolazione del sonno. “Rispetto ad altre cellule sensibili alla luce presenti nell'occhio, le cellule che contengono la melanopsina rispondono fino a quando la luce dura, o anche qualche secondo di più - spiega Ludovic Mure, che ha diretto lo studio -. Questo è fondamentale, perché i nostri orologi circadiani sono progettati per rispondere solo a un'illuminazione prolungata”.

 

I ricercatori hanno utilizzato strumenti molecolari per attivare la produzione della melanopsina nelle cellule della retina di un gruppo di topi. Hanno così scoperto che alcune di queste cellule erano capaci di rispondere correttamente agli stimoli luminosi quando venivano esposte a ripetuti e prolungati impulsi di luce, mentre altre diventavano insensibili di fronte a questi segnali. Gli scienziati hanno quindi osservato che le proteine ​​chiamate arrestine, che bloccano l'attività di alcuni recettori disattivando la risposta fotosensibile delle cellule entro pochi secondi dall'accensione della luce, sono necessarie affinché la  melanopsina possa continuare a rispondere all’esposizione prolungata alla luce. Nel corso dell’esperimento, hanno scoperto che nei roditori privi di entrambe le versioni dell’arrestina (beta-arrestina 1 e beta-arrestina 2), le cellule retiniche che producono la melanopsina non sono riuscite a mantenere la loro sensibilità alla luce in caso d’illuminazione prolungata. Ciò indica che l'arrestina aiuta la melanopsina a rigenerarsi nelle cellule retiniche.

 

Nello specifico, gli studiosi hanno scoperto che una proteina arrestina ferma la risposta alla luce, mentre l'altra aiuta la proteina melanopsina a ricaricare la sensibilità retinica alla luce. Quando questi due passaggi vengono eseguiti in rapida successione, sembra che le cellule rispondano continuamente alla luce. Gli autori precisano che comprendere meglio le interazioni della melanopsina e il modo in cui gli occhi reagiscono alla luce potrebbe consentire d’individuare nuove strategie per contrastare l’alterazione del ritmo circadiano dovuta all'illuminazione artificiale dei dispositivi mobili. Sperano che trovare il modo d’influenzare la melanopsina per ripristinare l’orologio biologico possa aiutare a curare diversi disturbi, a partire dall'insonnia. “Siamo continuamente esposti alla luce artificiale, quando stiamo davanti agli schermi, passiamo la giornata in casa o restiamo svegli fino a notte fonda – osserva il professor Satchin Panda, autore senior della ricerca -. Questo stile di vita provoca alterazioni dei nostri ritmi circadiani e ha effetti dannosi sulla salute”.

 

Foto: © Innovated Captures - Fotolia

di Nadia Comerci
Pubblicato il 11/12/2018

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