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Salute e migrazione: i miti da sfatare

Studio pubblicato su The Lancet

 

Il tema delle migrazioni è una delle questioni più rilevanti della contemporaneità. La percezione di questo fenomeno complesso è spesso accompagnata da credenze che, dati alla mano, si rivelano dei falsi miti, come quelli legati al rapporto tra migrazione e salute. Non è vero, ad esempio, che i migranti siano veicolo di malattie che mettono a rischio la popolazione del Paese ospite, spiega la Commissione dello University College di Londra e Lancet su Migrazione e Salute che ha pubblicato una serie di articoli sulla rivista scientifica.

La commissione è il risultato di un progetto durato due anni che ha coinvolto 20 esperti da 13 Paesi. Il report contiene una nuova revisione dei dati disponibili sulla migrazione, due ricerche originali e delle raccomandazioni ai governi per migliorare la risposta al fenomeno sul fronte della salute pubblica. I documenti saranno presentati l'8 dicembre alla Conferenza Intergovernativa dell'Onu di Marrakech sul Global Compact.

Nei Paesi più ricchi arrivano troppi migranti?

Un dato smentito dal report riguarda la dimensione del fenomeno migratorio nei Paesi ad alto reddito. Sebbene siano le migrazioni internazionali a ricevere maggiore attenzione, i maggiori movimenti riguardano le migrazioni interne: la proporzione è di uno a quattro fra migranti internazionali e interni. Dal 1990 al 2017 la percentuale di popolazione di migranti internazionali è passata dal 2,9% al 3,4%. Molti, circa il 65%, sono migranti economici e una quantità ridotta sono rifugiati e richiedenti asilo.

Nei Paesi ad alto reddito c'è stato un aumento dei migranti internazionali dal 7,6% del 1990 al 13,4% del 2017 ma si tratta soprattutto di studenti che provvedono da sé alla loro istruzione o migranti che contribuiscono all'economia nazionale. Rispetto alla popolazione locale i rifugiati sono lo 0,2% mentre nei Paesi a basso reddito sono lo 0,7%.

Migrazione e sistema sanitario

Affrontare il tema delle migrazioni significa guardare alle ricadute che queste hanno sui sistemi sanitari nazionali. Come ricordano gli esperti, gli argomenti del risparmio dei costi e della protezione della salute pubblica sono sfruttati dai governi per limitare gli ingressi dei migranti nel territorio nazionale o semplicemente il loro accesso ai servizi sanitari. Molti uomini e donne che migrano sono soggetti a leggi, restrizioni e dicriminazioni che mettono a rischio la loro salute. In nome della difesa della salute pubblica si ricorre ad esempio a pratiche di detenzione ma spesso ciò non fa altro che peggiorare le condizioni dei migranti.

La regolazione degli ingressi in base alle condizioni di salute è sempre più comune. Ad esempio in Australia la richiesta di soggiorno permanente può essere rifiutata se il richiedente non è in buone condizioni (le prime cinque cause di rifiuto sono i deficit intellettivi o fisici, l'Hiv, le malattie renali e i tumori).

I migranti sono un peso per il sistema sanitario?

Questo è uno dei falsi miti secondo la commissione di esperti. In molti Paesi ad alto reddito i migranti rappresentano una sostanziale quota di forza lavoro attiva nel sistema di assistenza socio-sanitaria: forniscono cure mediche, insegnano, assistono gli anziani e supportano quei servizi con poco personale. Inoltre i migranti in questi Paesi hanno tassi di mortalità inferiori alla popolazione generale nella maggior parte delle diverse categorie di malattie come quelle cardiovascolari, respiratorie, oncologiche e per le psicopatologie. Le uniche eccezioni sono i tassi di mortalità relativi alle infezioni come l'Hiv o l'epatite o associate a cause esterne (ad esempio la violenza).

Questi dati si applicano verosimilmente ai migranti internazionali che studiano, lavorano o che sono arrivati per il ricongiungimento familiare. I gruppi vulnerabili, come i rifugiati e i richiedenti asilo, potrebbero avere diverse necessità legate alla salute ma – notano gli esperti – piuttosto che definire politiche basate sulle eccezioni, le evidenze sui benefici per la salute associati alla migrazione dovrebbero orientare le decisioni politiche.

I migranti trasmettono patologie che mettono a rischio la popolazione residente?

Secondo il report non esiste un'associazione sistematica fra migrazione e importazione di malattie infettive. Il rischio di trasmissione per la popolazione locale è in genere basso mentre è maggiore per le stesse comunità di migranti, come hanno indicato diversi studi, ad esempio quelli sulla tubercolosi. Questi possono provenire da aree in cui l'incidenza di malattie è maggiore, soprattutto se sono zone di guera. Inoltre c'è il rischio di ammalarsi durante il viaggio. Esempi di diffusione di germi patogeni sono riconducibili soprattutto ai viaggi internazionali e al turismo e agli spostamenti degli animali piuttosto che alle migrazioni internazionali.

I migranti hanno un tasso di fertilità maggiore della popolazione locale?

Un altro stereotipo diffuso è che i migranti fanno molti più figli della popolazione locale. I dati indicano che i tassi di natalità fra i migranti sono quasi al livello del tasso di sostituzione (2,1 figli per donna) e spesso in calo. Uno studio condotto in sei Paesi europei ha visto che i tassi di fertilità tra le donne migranti sono in generale inferiori rispetto alla popolazione ospite.

In definitiva la commissione chiede ai governi di tutelare il diritto dei migranti alla salute, migliorandone l'accesso ai servizi di cura e assistenza ed evitando forme di discriminazione: “Creare sistemi sanitari che integrino i migranti porterà beneficio alle intere comunità, con un migliore accesso alla salute per tutti e vantaggi per le popolazioni locali. Non agire in questo modo potrebbe essere più oneroso per le economie nazionali e la salute rispetto ai modesti investimenti richiesti per proteggere il diritto alla salute dei migranti e assicurare che siano siano membri produttivi della società”, sottolinea il professor Ibrahim Abubakar, presidente della commissione.

 

Foto: Pixabay

di Vito Miraglia
Pubblicato il 07/12/2018