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Cervello, con la meditazione funziona meglio la memoria

Un sostegno all'apprendimento. Grazie alla meditazione il cervello potrebbe elaborare più velocemente le informazioni apprese. È quanto hanno osservato due ricercatori della University of Surrey (Regno Unito) in una ricerca pubblicata su Journal of Cognitive, Affective & Behavioral Neuroscience: “La meditazione è un'arma potente per il corpo e la mente; può ridurre lo stress e migliorare la funzione immunitaria”, spiega uno dei due autori, Bertram Opitz. “Ciò che abbiamo visto è che meditare ha anche un impatto sul modo in cui riceviamo un feedback, cioè se apprendiamo velocemente dai nostri errori o se c'è bisogno di continuare a farli prima di trovare la risposta giusta. Se è quest'ultimo il caso – continua lo scienziato – ci possono essere delle conseguenze sulle prestazioni degli individui a lavoro o a scuola”.

Concentrare l'attenzione

Negli ultimi anni gli studi sulla meditazione si sono moltiplicati. Tuttavia – ricordano i due autori – non sono ancora del tutto noti gli aspetti relativi agli effetti che la meditazione può avere nel lungo periodo e quali meccanismi cerebrali sono coinvolti. Per questa ricerca è stata scelta la meditazione focused attention, caratterizzata dalla capacità di stabilire e mantenere l'attenzione su un oggetto sensoriale selezionato, ad esempio la respirazione. Questo è un tratto centrale di moltre tradizioni meditative – si legge nello studio – dal samatha buddista alla meditazione trascendentale alla mindfulness che ha trovato spazio anche nella pratica clinica ad esempio con la terapia cognitiva.

Allo studio hanno partecipato 35 individui divisi in tre gruppi: chi aveva più esperienza nella meditazione, chi si era avvicinato a questa pratica da minor tempo e chi invece non meditava per nulla.

Ognuno è stato posto davanti a uno schermo su cui erano mostrate tre coppie di immagini-stimolo, dei caratteri di un sistema di scrittura giapponese rappresentati, per semplificare, con le lettere AB, CD, EF. In una prima fase di addestramento, erano forniti dei feedback positivi o negativi per guidare il loro apprendimento e questo feedback era fornito in modo probabilistico. Ad esempio, scegliendo A nella coppia AB, l'80% delle volte si otteneva un feedback positivo mentre dalla scelta di B il feedback positivo arrivava il 20% delle volte. Al fine di massimizzare il punteggio, pertanto, i partecipanti avrebbero dovuto imparare a scegliere A su B, C su D ed E su F. Cosa che poteva essere raggiunta imparando a selezionare A, C ed E, o a evitare le altre lettere, o entrambe.

Nella fase dei test è stato chiesto ai partecipanti di scegliere il simbolo di grado superiore della coppia presentata senza fornire alcun feedback. Questa volta, però, le combinazioni erano inedite, ad esempio AC o BD, allo scopo di valutare quale tpo di feedback fosse stato più efficace nella fase di addestramento e quanto accurato fosse stato l'apprendimento. Dal momento che A dava più spesso feedback positivi e B feedback negativi i partecipanti avrebbero dovuto imparare a scegliere A ogni volta che questo si presentava in una nuova coppia e a evitare B all'interno di una nuova coppia.

Il ruolo della dopamina

Ciò che è emerso al termine dello studio era che gli individui che meditavano riuscivano a selezionare più efficacemente le coppie ad alta probabilità, indicando dunque una tendenza a imparare da segnali positivi. Chi non meditava era stato invece guidato nell'apprendimento dai segnali negativi.

Nel corso dei test i partecipanti erano sottoposti a elettroencefalogramma. Si è visto che, in tutti e tre i gruppi, la risposta neurologica a feedback positivi era la stessa mentre quella a feedback negativi era maggiore nei gruppi che non meditavano, poi in quelli che meditavano da poco e poi in quelli che meditavano da più tempo. Tali risultati indicavano che i feedback negativi lasciavano un'impronta meno evidente nel cervello dei soggetti che meditavano e questo può essere il risultato di un'alterazione dei livelli di dopamina causata dalla meditazione.

L'associazione tra l'apprendimento e la dopamina è emersa in alcuni studi precedenti condotti sui pazienti con malattia di Parkinson. Con questa patologia neurodegenerativa, infatti, i livelli di dopamina si riducono notevolmente indicando il coinvolgimento di questo composto nei processi di apprendimento ed elaborazione delle informazioni. Pertanto – suggeriscono in conclusione i due autori – la meditazione potrebbe rappresentare uno strumento che influenza i livelli di dopamina nel cervello e il modo in cui questo processa feedback positivi e feedback negativi: “Gli individui possono beneficiare dalla meditazione per incrementare la loro produttività o evitare che rimangano indietro negli studi”, nota Opitz.

 

Foto: Pixabay

di Vito Miraglia
Pubblicato il 19/12/2018

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