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Il microbiota regola il sistema immunitario dell'intestino

Il microbiota intestinale sarebbe in grado di regolare il sistema immunitario dell'ospite: questo consentirebbe ai batteri che lo compongono di vivere pacificamente all’interno dell’organismo umano. Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Immunity dagli scienziati statunitensi della Brown University di Providence e dell’Università di Washington di Seattle, secondo cui la scoperta potrebbe aiutare a migliorare la comprensione e il trattamento delle patologie autoimmuni e infiammatorie, come la malattia di Crohn.

 

“Molte di queste malattie sono dovute a una maggiore risposta o attivazione immunitaria, e noi abbiamo scoperto un modo in cui i batteri presenti nel nostro intestino possono smorzare la reazione immunitaria - spiega Shipra Vaishnava, che ha coordinato l’indagine -. Questa ricerca potrebbe essere fondamentale per determinare le terapie più adeguate per curare le patologie autoimmuni come la malattia di Crohn o altre patologie infiammatorie intestinali, così come la carenza di vitamina A”.

 

Gli studiosi spiegano che il microbiota intestinale è un ecosistema formato da 100 miliardi di batteri, che si sono evoluti per vivere nelle particolari condizioni presenti nell’apparato digerente. La maggioranza di questi microrganismi risulta utile piuttosto che dannosa. Un microbiota sano ospita molte specie che coesistono insieme e possono difendersi da intrusi ostili – come i batteri che provocano malattie o le specie invasive. Ma i microrganismi che lo compongono come fanno a coesistere pacificamente con il sistema immunitario? I ricercatori americani hanno scoperto che per riuscirci moderano i livelli di vitamina A attivi nell'intestino.

 

In una serie di esperimenti condotti sui topi, gli scienziati hanno scoperto che le specie dei batteri Phyla Firmicutes e Bacteroidetes – che negli esseri umani e nei roditori costituiscono la maggior parte della comunità microbica intestinale -, per poter regolare il sistema immunitario dei loro ospiti agiscono sui livelli della vitamina A. Nello specifico, i batteri Firmicutes, e in particolare i membri della classe Clostridia, riducono l'espressione di una proteina, chiamata retinolo deidrogenasi 7 (Rdh7), all'interno delle cellule che rivestono l'intestino. Questa proteina, spiegano gli autori, è responsabile della conversione della vitamina A nella sua forma attiva, l’acido retinoico. Inoltre, i batteri Clostridi promuovono un maggiore accumulo di vitamina A nel fegato.

 

Per verificare il legame tra microbiota, sistema immunitario e vitamina A, i ricercatori hanno modificato geneticamente alcuni topi per renderli incapaci di produrre Rdh7 nelle cellule intestinali. Hanno così scoperto che i roditori avevano meno acido retinoico nel tessuto intestinale, e presentavano un numero inferiore di cellule immunitarie che producono IL-22, un segnale cellulare che coordina la risposta antimicrobica nei confronti dei batteri intestinali. “Il ruolo della vitamina A nell'infiammazione dipende dal contesto – precisa il dottor Vaishnava -. Un cambiamento nello stato della vitamina A e nei geni metabolici della vitamina A coincide con lo sviluppo delle malattie infiammatorie dell'intestino, ma non sappiamo se questo promuova o meno l'infiammazione. Speriamo che la nostra scoperta, che i batteri possono regolare il modo in cui la vitamina A viene metabolizzata o conservata nell'intestino, possa aiutare a chiarire perché ciò si verifica”.

 

Secondo gli autori, lo studio dimostra anche che i batteri intestinali sono essenziali per l'assorbimento e la conservazione della vitamina A. Ciò suggerisce che una corretta composizione batterica intestinale potrebbe migliorare l’efficacia degli integratori della vitamina. “Sia la dieta, sia i batteri presenti nell’intestino sono essenzialmente coinvolti nella regolazione del comportamento delle cellule immunitarie – conclude l’esperto -. Individuare ciò che li lega a livello molecolare potrebbe quindi essere importante per capire come possiamo usare la dieta, i batteri o entrambi per ottenere un effetto terapeutico in presenza di malattie infiammatorie o infettive”.

 

Foto: © barmaleeva - Fotolia.com

di Nadia Comerci
Pubblicato il 31/12/2018

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