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Esofago, trattamenti su misura grazie a una “mappa” del tumore dopo la chemio?

Guardare alle cellule tumorali rimanenti nell'esofago dopo la chemioterapia potrebbe fornire informazioni utili per pianificare ulteriori interventi terapeutici mirati sul paziente. È quanto ipotizzano dei ricercatori della Osaka University (Giappone) in uno studio dedicato proprio al tumore all'esofago e agli esami post-operatori. Grazie a una sorta di “mappa” delle cellule che resistono al trattamento, sarebbe possibile prevedere l'evoluzione della patologia e definire dei trattamenti personalizzati.

Tumore poco comune

Il tumore all'esofago – riferisce il team di ricerca – è la sesta causa di morte per tumore al mondo. In Italia, secondo i dati dei Numeri del Cancro in Italia (ed. 2018), questa neoplasia non ha un'alta incidenza (rappresenta l'1% e lo 0,3% di tutti i tumori incidenti rispettivamente negli uomini e nelle donne e aumenta dopo i 50 anni), mentre il tasso di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è tra i più bassi, pari al 13%. La prognosi della patologia è dunque prevalentemente sfavorevole nonostante le diverse opzioni di trattamento disponibili.

La maggior parte dei tumori esofagei localmente avanzati – ricordano gli autori dello studio – vengono trattati con la chemioterapia neoadiuvante prima dell'intervento chirurgico proprio per incrementare le probabilità di successo della chirurgia. La chemioterapia tende infatti a ridurre le dimensioni del tumore e a eliminare le micrometastasi del tumore. Dopo la chirurgia vengono solitamente esaminati i campioni di tessuto per valutare il modo in cui il tumore abbia risposto al trattamento chemioterapico. Tuttavia il quadro fornito da questi esami non è esasustivo poiché non vengono mappate le cellule tumorali rimanenti nei diversi strati delle pareti dell'esofago. Ecco dunque che i ricercatori hanno ipotizzato la possibilità di definire diversi specifici modelli di tumori esofagei residui che possano fornire preziose informazioni sulla prognosi della neoplasia.

Non sempre può bastare la biopsia della mucosa

Per il loro lavoro di ricerca, pubblicato recentemente su Annals of Surgery, gli scienziati hanno analizzato retrospettivamente i campioni di tessuto di 120 pazienti con tumore all'esofago, esaminandone le caratteristiche per vedere in che modo fossero correlate agli esiti del trattamento nel lungo periodo. In particolare hanno mappato l'esatta collocazione dei tumori residui nell'esofago e hanno visto se questa fosse associata a parametri clinici e patologici. Sono stati identificati quattro modelli di residui tumorali e il più comune era di “tipo superficiale”.

In circa il 40% dei casi, le cellule tumorali sorprendentemente sparivano nella mucosa, la parte più superficiale della parete dell'esofago. Ciò significa – sottolineano gli autori – che sarebbe difficile dire o non dire che le cellule tumorali sono completamente scomparse dopo la chemioterapia solo sulla scorta di una biopsia endoscopica della mucosa dell'esofago.

Quando i ricercatori hanno guardato alle associazioni tra le “mappe” delle cellule tumorali e i fattori della neoplasia, hanno visto che i tumori con modello numero 3 e 4 avevano un maggior rischio rispetto ai tipi 1 e 2 di colonizzare la pleura, ovvero la membrana che riveste i polmoni, e di dar vita a metastasi in organi distanti. Alla luce di tali risultati si sarebbe dovuto seguire con un follow-up più regolare i pazienti con un tumore di queste caratteristiche. Si è visto infine che il tasso di sopravvivenza era, curiosamente, simile nei quattro modelli.

Queste evidenze – concludono i suoi autori – hanno delle implicazioni cliniche rilevanti. Si potrebbe infatti definire un approccio personalizzato per il trattamento dei pazienti oncologici grazie all'analisi dei modelli dei tumori all'esofago avanzati esaminando i campioni chirurgicamente rimossi e le immagini post-operatorie.

 

Foto: Pixabay

di Vito Miraglia
Pubblicato il 08/02/2019

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