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Alzheimer, un test del sangue per capire in anticipo come evolverà

Un esame del sangue può prevedere il decorso dell'Alzheimer prima che i problemi di memoria e gli altri segni clinici tipici della patologia siano evidenti. Andare alla ricerca di una determinata proteina, una “traccia” della morte dei neuroni, misurarne i livelli nel sangue, permette di valutare in anticipo l'evoluzione della malattia. È quanto hanno osservato dei ricercatori in uno studio pubblicato su Nature Medicine.

Questa proteina si accumula nel sangue non solo in presenza di malattia di Alzheimer ma anche in caso di altre patologie neurodegenerative: “In ogni caso – spiega l'autore principale dello studio, Mathias Jucker – il test mostra accuratamente il corso della malattia e quindi rappresenta uno strumento efficace per testare nuove terapie per l'Alzheimer nelle sperimentazioni cliniche”.
 
Danni cerebrali e morte dei neuroni

La malattia di Alzheimer è una malattia neurodegenerativa ed è la più frequente causa di demenza, una condizione che nel mondo riguarda circa 50 milioni di individui. L'Alzheimer colpisce la memoria e le funzioni cognitive e infatti tendenzialmente si manifesta con il calo della memoria ma anche con difficoltà del linguaggio, difficoltà a orientarsi e cambiamenti dell'umore. I sintomi variano da paziente a paziente e hanno un impatto rilevante sulla vita di tutti i giorni. Ma cosa succede al cervello? Prima dell'insorgenza dei sintomi precoci della malattia i neuroni cominciano lentamente a deteriorarsi. Nel cervello si accumulano inoltre le placche di beta-amiloide, una proteina tossica che danneggia il tessuto neuronale. I neuroni vanno infine incontro alla morte.

La ricerca scientifica, per migliorare le tecniche diagnostiche dell'Alzhimer, definire trattamenti migliori e prevedere il decorso della malattia prima dell'insorgenza dei sintomi, ha elaborato diversi strumenti come i test del sangue. In molti casi questi misuravano proprio i valori della proteina beta-amiloide presente, appunto, anche nel sangue. I ricercatori, provenienti, tra l'altro, dal German Center for Neurodegenerative Diseases e dall'Hertie Institute for Clinical Brain Research di Tubinga, hanno invece scelto un'altra proteina, le catene leggere dei neurofilamenti.

Quando i neuroni muoiono, infatti, ciò che resta di loro può essere rilevato nel sangue: “Di solito queste proteine si deteriorano rapidamente nel sangue e perciò non sono adatte a diventare marcatori per questa malattia neurodegenerativa. Ma un'eccezione è rappresentata da una piccola parte di neurofilamento che sorprendentemente resiste a questa decomposizione”, spiega ancora Jucker.

Un biomarcatore per nuove terapie?

Le catene leggere dei neurofilamenti – hanno visto i ricercatori – si accumulano nel sangue in una fase molto precoce della malattia, una fase preclinica. Questo è dunque l'elemento su cui si è basato il test che non ha cercato le tracce di beta-amiloide ma ha guardato “a ciò che succede nel cervello. In altre parole noi guardiamo alla morte dei neuroni”, dice lo scienziato.

Lo studio ha analizzato i dati relativi a 405 individui. Sono state coinvolte delle famiglie in cui l'Alzheimer si era già manifestato alla mezza età per via di alcune variazioni genetiche. L'analisi genetica permette di prevedere in modo molto accurato se e quando un membro di queste famiglie svilupperà demenza.

 

La concentrazione della proteina nel sangue è stata misurata di anno in anno. Fino a sedici anni prima dei sintomi della demenza c'erano delle variazioni significative nel sangue: “Non è la concentrazione assoluta del neurofilamento ma la sua evoluzione temporale che è importante e permette di prevedere la progressione della malattia”, sottolinea Jucker. Si è visto infatti che tali variazioni riflettevano la degenerazione dei neuroni consentendo di capire lo sviluppo del danno cerebrale: “Siamo stati in grado di predire la perdita di massa cerebrale e le variazioni del piano cognitivo che si sono verificate in realtà due anni dopo”.

La correlazione tra questo biomarcatore e il deposito di proteine tossiche nel cervello era invece molto meno stretta e ciò supporta l'assunto secondo cui, sebbene tali proteine siano alla base della malattia, la degenerazione neuronale è un processo che avviene in modo indipendente.

In definitiva la proteina monitorata in questo studio potrebbe diventare un un nuovo marcatore per offrire la possibilità di testare nuove terapie: “Il fatto che non ci siano trattamenti efficaci per l'Alzheimer dipende anche dal fatto che si ricorre alle terapie attualmente disponibili quando è troppo tardi”, conclude Jucker.

di Vito Miraglia
Pubblicato il 25/01/2019