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Tumore all'esofago, una capsula da ingoiare per lo screening?

Per il tumore all'esofago non è previsto uno screening per la diagnosi precoce e pertanto la ricerca è impegnata nel tentativo di definire degli strumenti utili per la prevenzione di questa neoplasia, l'ottava forma di tumore più comune nel mondo. Uno di questi è una capsula contenente una piccola spugna con cui prelevare del materiale genetico da analizzare con un esame specifico. È ciò su cui ha lavorato Stephen Meltzer, gastroenterologo della Johns Hopkins University School of Medicine (Usa) insieme ad altri ricercatori: “La rilevazione precoce è un aspetto del tutto nuovo a proposito di tumore dell'esofago – spiega lo scienziato – . Se conoscono il loro rischio i pazienti hanno più probabilità di trattare o persino di prevenire il tumore. Crediamo che la spugna possa essere utilizzata per uno screening di facile esecuzione e poco costoso in tutto il mondo”.

Fumo, alcol e sovrappeso tra i fattori di rischio

Ogni anno – riferiscono gli autori dello studio pubblicato su Clinical Cancer Research – il tumore all'esofago viene diagnosticato in circa mezzo milione di persone in tutto il mondo, con una maggiore incidenza in Africa e Asia. Negli Stati Uniti tanto le diagnosi quanto i decessi per questa neoplasia sono aumentati negli ultimi anni. In Italia il tumore esofageo non ha un'alta incidenza (è circa l'1% delle diagnosi oncologiche tra gli uomini e lo 0,3% tra le donne).

Tra i principali fattori di rischio ci sono la dipendenza dal fumo di sigaretta e l'assunzione di alcolici per la forma squamosa a cui si aggiungono, e con un peso maggiore, il reflusso gastroesofageo e il sovrappeso per l’adenocarcinoma, l'altra forma più comune di tumore all'esofago. La forma pre-cancerosa di questo tumore, invece, è l'Esofago di Barrett, una patologia in cui il tessuto che riveste questo organo viene sostituto da una mucosa simile a quella dello stomaco o del duodeno. La patologia può dunque evolvere in tumore. Proprio sull'Esofago di Barrett, in precedenti ricerche, è stata testata con successo l'efficacia dell'esame genetico utilizzato nello studio di Meltzer.

Un test con biomarcatori genetici

Allo studio hanno partecipato 94 individui. La procedura prevede che il soggetto ingoi una piccola capsula con attaccato un filo che, in buona parte, fuoriesce dalla sua bocca. La capsula attraversa l'esofago fermandosi nello stomaco. Qui, nell'arco di un minuto, il rivestimento di gelatina sulla capsula comincia a sciogliersi. Lo specialista che esegue lo screening tira via delicatamente il filo e la spugna contenuta nella capsula comincia il suo viaggio a ritroso dallo stomaco verso l'esofago e infine viene tirata via dalla bocca. In questo percorso la spugna entra in contatto con tutta la mucosa dell'esofago raccogliendo il materiale genetico. La spugna viene poi inviata a un laboratorio che esegue un semplice test genetico sul materiale ricavato per definire il rischio di tumore esofageo.

L'85% dei partecipanti allo studio è riuscito a ingoiare la capsula e nel 100% il recupero della spugna ha avuto esito positivo. La valutazione endoscopica non ha mostrato segni di traumi, sanguinamento o altre reazioni avverse al test, riferisce Meltzer. Quasi la metà dei pazienti avrebbe ricevuto poi una diagnosi di Esofago di Barrett.

Per i ricercatori questo test potrebbe essere dunque impiegato per lo screening del tumore esofageo. Attualmente si ricorre, quando necessario, a esami come l'endoscopia e la biopsia, che però – sottolinea Meltzer – non sono strumenti del tutto adeguati, sono costosi e rischiosi: “È possibile che con l'endoscopia e la biopsia sfuggano delle cellule pre-cancerose. Ora siamo certi di avere uno strumento in grado di identificare questo tipo di tumore. Prima non avevamo a disposizione un modo per raccogliere materiale genetico sufficiente per fare diagnosi in modo certo”, conclude il gastroenterologo.

 

Foto: Pixabay

di Vito Miraglia
Pubblicato il 29/07/2019