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Addio rughe? Scoperta una proteina che ringiovanisce la pelle

Una proteina per mantenere la pelle giovane? Se da un lato i suoi nemici sono diversi – dall'età, naturalmente, ai raggi ultravioletti, tutti elementi che ne agevolano l'invecchiamento – dall'altro questo tessuto potrebbe aver trovato un nuovo alleato. È una proteina che riveste un ruolo centrale nei processi chiave per la conservazione dei tessuti ma che, con l'avanzare degli anni, diminuisce rendendo la pelle più debole, più sottile e meno resistente. È quanto hanno osservato dei ricercatori della Tokyo Medical and Dental University (Giappone) in uno studio pubblicato su Nature. Il team di esperti ha inoltre identificato due sostanze chimiche in grado di indurre la produzione di questa proteina e migliorare la capacità delle cellule staminali di rigenerare il tessuto cutaneo.

 

Con l’invecchiamento diminuisce il collagene

 

I ricercatori hanno analizzato le code dei topi, tessuti che condividono molte caratteristiche con la pelle umana. Sono due le parti che formano la pelle dei mammiferi: l'epidermide, più superficiale, e il derma, tessuto connettivo più interno, separati dalla membrana basale. Come riferiscono due scienziati della University of Colorado (Usa) che hanno illustrato lo studio in un articolo pubblicato sempre su Nature, le cellule dell'epidermide vengono continuamente rinnovate con cellule generate da staminali e altre progenitrici presenti in uno strato profondo, lo strato basale. Tutte queste cellule si uniscono alla membrana basale mediante alcune strutture di ancoraggio composte in buona misura dalla proteina COL17A1 (codificata dal gene omonimo). 

 

I ricercatori hanno visto che il numero di queste strutture diminuiva con l'età e questo fenomeno si associava a una riduzione dei livelli della proteina, un segno tipico dell'invecchiamento. Come mostrato dagli scienziati, la proteina, che altro non è che collagene, è proprio il componente meno stabile delle strutture di ancoraggio e, inoltre, si deteriora in risposta a diversi tipi di stress fra cui, ad esempio, i danni al Dna causati dall'esposizione ai raggi del sole. 

 

Sempre in un modello animale il team ha provato a disattivare i geni che codificano la proteina in un piccolo numero di cellule dello strato basale dell'epidermide. La perdita della proteina non faceva altro che scatenare il processo di competizione cellulare, una sorta di selezione naturale fra le cellule: quelle “inadatte”, cioè con bassi livelli della proteina, venivano espulse e rimpiazzate da cellule più “utili”, che esprimevano cioè maggiori livelli della proteina. L’analisi su cellule di pelle umana ha confermato questi risultati. 

 

La riduzione di COL17A1 innescava una serie di processi che infine hanno portato all’esaurimento delle staminali e ad altri difetti associati all'invecchiamento come la depigmentazione e l'assottigliamento epidermico. Quando i ricercatori hanno ripristinato la produzione della proteina hanno permesso nuovamente alle cellule staminali epidermiche di competere all'interno dello strato basale e in parte di mitigare l'invecchiamento cutaneo.

 

Due sostanze per riparare la pelle

 

La proteina al centro dello studio rappresenta un sensore delle lesioni del Dna e dell'invecchiamento nelle cellule staminali epidermiche. Nella pelle giovane il danno spontaneo al Dna in un numero limitato di cellule dello strato basale promuove la regressione della proteina che, a sua volta, pregiudica la formazione delle strutture di ancoraggio di tali cellule alla membrana basale e ne riduce l'adesione. Quando i livelli della proteina sono alti, invece, si innesca un processo per cui le cellule “meno adatte” vengono espulse mantenendo così la pelle giovane

 

Danni accumulati nell’arco di una vita intera dalle cellule staminali epidermiche alla fine riducono il livello della proteina a una soglia critica alla quale è pregiudicata la formazione normale delle strutture di adesione. In questo scenario ci sono meno cellule forti, adatte alla competizione cellulare, rispetto a quelle deboli, poco adatte, e questo porta all’esaurimento delle staminali, alla fragilità, all’assottigliamento e alla depigmentazione della pelle

 

Il team di ricerca ha infine individuato due sostanze chimiche che inducono la produzione della proteina nelle cellule epidermiche e incrementano l'abilità delle staminali a rigenerare la pelle. Si è visto che entrambe le sostanze miglioravano la guarigione delle ferite nella pelle manifestando, così, tutto il loro potenziale terapeutico. Come dichiarato da Emi Nishimura, principale autrice dello studio, i dati ottenuti potrebbero portare alla definizione di prodotti, come ad esempio delle creme, con cui fermare il deterioramento cutaneo e promuovere la riparazione della pelle.

 

 

Foto: Pixabay

di Vito Miraglia
Pubblicato il 09/04/2019