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Sindrome del colon irritabile, dal microbioma trattamenti personalizzati

L’analisi del microbioma intestinale potrebbe consentire di fornire trattamenti più efficaci e personalizzati ai bambini affetti dalla sindrome del colon irritabile. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista The Journal of Molecular Diagnostics dagli scienziati del Baylor College of Medicine di Houston (Usa), secondo cui questa tecnica potrebbe migliorare la diagnosi della patologia, consentendo d’identificare i bimbi che ne sono stati colpiti con un’accuratezza dell’80%.

 

Gli autori hanno coinvolto 45 bambini di età compresa tra 7 e 12 anni, di cui 23 erano affetti dalla sindrome del colon irritabile, mentre gli altri 22 erano sani. I piccoli partecipanti sono stati seguiti per due settimane, durante le quali sono stati incaricati di fornire  campioni di feci e di compilare diari giornalieri in cui riportare eventuali episodi di dolore addominale. L’analisi dei campioni ha permesso agli studiosi di rilevare
significative differenze nella composizione dei batteri, nei geni batterici e nei metaboliti fecali dei bambini affetti dalla patologia rispetto a quelli sani.

 

Oltre a identificare le correlazioni tra questi fattori e il dolore addominale, gli esperti sono riusciti a realizzare un metodo diagnostico che utilizza marcatori metagenomici e metabolici per distinguere tra i bambini con sindrome del colon irritabile e quelli sani, che ha un'accuratezza pari o superiore all'80%. Secondo i ricercatori, questo sistema rappresenterebbe un progresso significativo nella diagnosi della malattia e potrebbe avere importanti effetti sul suo trattamento. Il metodo potrebbe, infatti,  aiutare a identificare i bambini affetti dalla sindrome del colon irritabile che hanno maggiori probabilità di ottenere benefici da terapie associate al microbioma, come la modifica della dieta, e fare in modo che gli altri seguano trattamenti alternativi appropriati. Inoltre, la scoperta dei fattori correlati al microbioma coinvolti nel dolore addominale potrebbe favorire lo sviluppo di nuovi approcci terapeutici.

 

Foto: © barmaleeva - Fotolia.com

di Nadia Comerci
Pubblicato il 19/04/2019