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Tumore ovarico, il ruolo protettivo dei batteri vaginali

Nella valutazione del rischio di tumore alle ovaie potrebbe essere preso in considerazione anche il microbioma di vagina e cervice. Un gruppo di ricercatori dello University College London (Regno Unito) ha correlato la presenza del tumore ovarico e i fattori noti per incrementare il rischio d’insorgenza, ovvero l’età e la mutazione del gene Brca1, con un microbioma povero di batteri protettivi. I batteri al centro della ricerca sono i lattobacilli, in grado di contrastare la crescita di microrganismi patogeni.

Geni e rischio oncologico

Il tumore ovarico in Italia è al decimo posto fra tutte le neoplasie che colpiscono le donne: su cento tumori tre sono a carico delle ovaie. Tra i suoi fattori di rischio c’è anche la mutazione dei geni Brca1 e Brca2. In particolare il rischio di sviluppare tale tumore sale dall’1-2% della popolazione generale al 24-40% in presenza di mutazione del gene Brca1 e dell’11-18% per l’altro gene. A fronte di una mutazione di questi geni si possono mettere in atto delle azioni per ridurre notevolmente il rischio, ovvero la mastectomia e la rimozione delle ovaie e delle tube di Falloppio. Al grande pubblico è noto il caso dell’attrice americana Angelina Jolie che ha optato per questi interventi dopo aver scoperto di essere portatrice delle mutazioni genetiche. Da quando è stata resa pubblica la sua storia, il gene Brca è comunemente chiamato “gene Jolie”.

Gli autori dello studio, pubblicato su Lancet Oncology, hanno cercato di vedere se ci fosse una relazione tra la presenza del tumore o il maggior rischio di svilupparlo per via del gene mutato con la composizione del microbioma cervicovaginale. Hanno così analizzato i casi di due popolazioni di donne tra i 18 e gli 87 anni di età in diversi Paesi: Repubblica Ceca, Germania, Italia, Norvegia e Regno Unito. La prima popolazione era formata da 176 donne con tumore ovarico epiteliale (il più frequente) più donne sane o con condizioni ginecologiche benigne. L’altro gruppo comprendeva invece 109 donne con mutazione del gene Brca1 e altre donne sane o con condizioni benigne ma comunque senza mutazioni genetiche.

Batteri ‘buoni’

Delle donne sono stati analizzati i campioni di microbioma ottenuti dallo screening cervicale sottoposti a sequenziamento genetico. Per ogni campione è stata calcolata la proporzione di specie di lactobacilli, batteri essenziali per la generazione di un pH vaginale protettivo nel microbioma cervicovaginale. Si è scelta la soglia del 50% per distinguere i campioni più ricchi da quelli più carenti di lattobacilli. I batteri presenti nella vagina naturalmente creano una barriera protettiva contro le infezioni, presidiando così la salute delle tube di Falloppio e delle ovaie. Se un’infezione aggredisce l’apparato ginecologico può causare la malattia infiammatoria pelvica e comportare conseguenze che possono arrivare fino all’infertilità.

Si è visto che le donne più giovani portatrici della mutazione genetica avevano una quantità di lattobacilli quasi tre volte inferiore a quella delle donne con gene non mutato. Le probabilità di presentare un microbioma povero di questi batteri buoni erano maggiori se le donne avevano avuto anche un caso di tumore ovarico in una parente di primo grado. Circa un quarto delle under 30 con gene mutato avevano un numero basso di lattobacilli, mentre nessuna delle coetanee senza gene mutato aveva una quantità ridotta di lattobacilli.

Secondo i ricercatori il monitoraggio delle variazioni nel rischio oncologico nel tempo, anche guardando ai lattobacilli come indicatore, potrebbe aiutare le donne giovani con un maggior rischio oncologico nella decisione di sottoporsi a mastectomia e rimozione delle ovaie. Nel frattempo la ricerca andrà avanti per approfondire altri aspetti della questione e provare a capire, ad esempio, se il ripristino di un microbioma più ricco di lattobacilli possa indurre delle variazioni favorevoli a una riduzione dell’incidenza del tumore ovarico.


Foto: Pixabay

di Vito Miraglia
Pubblicato il 13/08/2019