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Linguaggio, a 3-5 anni lavora già su corrispondenza parola oggetto

Un pesce rosso è un tipo ben preciso di pesce, non un pesce qualsiasi, e un levriero è un cane con certe forme e certi colori, non uno qualsiasi. I bambini lo sanno bene, già a tre anni. A quella età l’elaborazione del linguaggio è già in grado di far corrispondere esattamente la parola all’oggetto, una facoltà che si pensa venga appresa a un’età più avanzata. È quanto suggeriscono dei ricercatori della Princeton University in uno studio pubblicato su Journal of Child Language. L’apprendimento visivo, il linguaggio e la comprensione del mondo vanno di pari passo a un’età precoce: “I bambini prendono in considerazione il senso degli oggetti che stanno vedendo quando apprendono nuove parole”, spiega Adele Goldberg, tra gli autori della ricerca.

Ci sono pesci e pesci

La tattica che viene seguita dai bambini per far corrispondere parole e oggetti è stata ribattezzata dal team di ricerca “effetto pesce palla”. Quando i bambini vedono un pesce palla, o un levriero o un fiore tropicale poco comune, e imparano una nuova parola che marca questi oggetti, capiranno che i termini si riferiscono a quel tipo specifico di oggetto e non alla categoria più ampia che li comprende, ovvero a ‘pesci’, ‘cani’ e ‘fiori’.

Quindi gli adulti possono usare i termini propri per identificare accuratamente degli oggetti: i bambini faranno questa associazione e impareranno qualcosa in più, capiranno meglio ciò che li circonda. “In che modo cominceranno a farlo? Mostrandogli gli oggetti”, spiega un altro ricercatore, Lauren Emberson. “Se i bambini vedono un pesce non comune e un genitore gli dà un nome, loro impareranno che si riferisce proprio a quel tipo di pesce”, continua la specialista.

Alla ricerca delle immagini

I ricercatori hanno condotto dei test con dei bambini per insegnare loro quattro nuove parole: fep, zak, lat e galt (parole senza significato). Due di queste sono state usate per richiamare oggetti usuali e due per oggetti non usuali. Gli oggetti facevano riferimento a quattro categorie familiari ai bambini: pesci, uccelli, cani e fiori. Per ogni trial il bambino vedeva nella parte alta dello schermo di un tablet uno o tre esempi di ciascun oggetto, identificato con il termine: “Questo è un fep” oppure “Questi sono tre fep”. Cambiando schermata, sotto queste immagini ne apparivano altre dodici: due che corrispondevano all’esempio, due che appartenevano alla stessa categoria e otto per nulla correlate all’esempio. Il ricercatore chiedeva a quel punto al bambino di individuare l’esempio tra le nuove immagini: “Riesci a trovare il fep?”.

Ad esempio l’immagine guida era un cane barboncino identificato con la parola ‘galt’. Alla domanda ‘Riesci a trovare il galt’ il bambino poteva selezionare quante immagini voleva tra quelle sottostanti, tra cui erano presenti immagini di altri cani. In questo modo i ricercatori volevano vedere se per il bambino la parola ‘galt’ identificava solo il barboncino oppure si correlava genericamente a tutti i cani. 

Immagine inusuale, termine specifico

I test sono stati condotti anche su alcuni studenti del college. Il team di esperti ha visto che sia i bambini che gli adulti elaboravano le nuove parole nello stesso modo. Quando qualcuno vedeva un cane inusuale tendenzialmente interpretava quel termine in senso stretto, ovvero come significato specifico di quel tipo di cane e non di ‘cani’ in modo più generico. Ancora, si è visto che più un’immagine sembrava vicina a quella tipica di una categoria di cose, più i bambini pensavano fosse un termine generale, a meno che quell’immagine non fosse stata proposta in serie sul tablet, non singolarmente.

Ad esempio uno zak veniva interpretato come ‘pesce’ se identificava un singolo salmone, un pesce dall’aspetto abbastanza comune, ma era interpretato proprio come ‘salmone’ se illustrato in una serie di tre immagini. Ma se zak etichettava un solo pesce dall’aspetto inusuale, come un pesce palla, i bambini pensavano tendenzialmente che quella parole dovesse significare ‘pesce palla’ e non ‘pesce’.

I dati dello studio – sostengono i ricercatori – contrastano con l’assunto per cui i bambini pensano sempre che le nuove parole debbano essere interpretate come termini generali: cioè, per fare un esempio, quando viene insegnata loro la parola ‘pesce rosso’ presumono significhi ‘pesce’.

 

Foto: Pixabay

di Vito Miraglia
Pubblicato il 01/08/2019