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Sieropositivi, in Italia sono 40 mila ma molti non sanno di esserlo

In 40 mila sono sieropositivi, ma non sanno di esserlo. E così si comportano come se non lo fossero, trasmettendo la malattia ad altre persone. Una sorta di “bomba epidemiologica”, come la definiscono gli infettivologi. Lo rivela lo studio Icona, che dal 1997 monitora il problema. Uno su sei è over 40 (13% del totale), mentre uno su venti ha più di 60 anni (poco meno del 5%).
“Aumenta l’età media di chi contrare il virus - spiega la professoressa Antonella D`Arminio Monforte, ordinario di Malattie infettive dell’Università di Milano e segretario scientifico della Fondazione Icona - perché la trasmissione dell’infezione avviene oggi principalmente per via sessuale, sia eterosessuale che omosessuale. Nel 1997, all’inizio dello studio, la fonte principale era invece la tossicodipendenza”.
Il bilancio è sconcertante. Come afferma Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma, le cifre parlano di “tredici persone che si infettano con l’Hiv ogni giorno in Italia, episodi prevenibili nel 99% dei casi”. In un caso su sei, secondo le statistiche, sono gli “over 40” che si infettano con rapporti occasionali non protetti. E l’epilogo, normalmente, è questo: non fanno il test e finiscono per contagiare, senza accorgersene, anche il proprio partner. “È ciò che in gergo - spiega Ippolito - viene chiamata sieropositività sommersa”.
Un cambiamento dell’identikit del portatore di Hiv che ha generato una percezione del problema attenuata con il risultato, a detta degli esperti, che oggi il pericolo si percepisca di meno: “Dieci anni fa il virus camminava con lo scambio di siringhe, oggi più del 70% delle donne e oltre il 40% degli uomini si infetta invece attraverso rapporti sessuali”, dice Mauro Moroni, ordinario di Malattie infettive dell’Università di Milano e presidente della fondazione Icona.
Oltre il 60% dei malati di Aids non si è mai sottoposto a terapie prima della diagnosi di malattia conclamata. Invece, spiega Manforte, è meglio scoprire prima di essere malati: “Arrivare alla diagnosi quando la malattia è già in fase avanzata è sinonimo di ritardo nelle cure, che grazie ai farmaci antiretrovirali resi via via disponibili hanno ridotto la mortalità per Aids dal 100% all’8-9%”.

di ida casilli
Pubblicato il 14/07/2008

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