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Dolore cronico: 10 milioni i pazienti, Italia ancora indietro

Poche strutture dedicate, meno di una ogni 250.000 residenti. Pochi medici specialisti dedicati: 1,2 per 250.000 residenti. E ancora, servizi eterogenei e risorse economiche scarse. È questo il quadro d’insieme che emerge dal primo studio realizzato nel nostro Paese sulle trutture di terapia del dolore raccolte nel Libro Bianco dall`Associazione Italiana per la cura della Malattia Dolore Nopain onlus.
"L’intento dell’indagine è informare la pubblica opinione su queste problematiche, di sensibilizzare i professionisti e le istituzioni ad un’analisi del problema e dei vantaggi economici e sociali che derivano da un trattamento coordinato del dolore cronico", spiega Paolo Notaro, presidente NOPAIN Onlus.
Il "dolore cronico" raggruppa quelle patologie non oncologiche che hanno necessità di assistenza continua per alleviare la sintomatologia. Il dolore è oggi la seconda causa di assenteismo dal lavoro dovuto a cause mediche. Il 50% dei pazienti con dolore cronico soffre di depressione reattiva e i disturbi ansiosi sono presenti nel 40% dei pazienti. A pagare il prezzo più alto sono le donne, 39% contro il 31% di uomini. In Italia si conta che circa 10 milioni di persone soffrano di sindromi del dolore "inutili" e, secondo l`indagine, il livello di offerta sanitaria è molto indietro rispetto agli standard degli altri Paesi dell`Unione Europea.
Dall’indagine emerge che sul territorio nazionale sono attive 0,66 specializzate in terapia del dolore ogni 250.000 residenti, ma solo una su tre raggiunge il livello più alto di qualificazione. Nelle strutture esaminate operano complessivamente solo 289 medici dedicati, 1,21 per 250.000 residenti. Oltre i numeri, ci sono i criteri organizzativi, in ritardo anche questi. Una marcata disomogeneità dei servizi offerti ai pazienti, che si traduce in interventi diversi a seconda delle aree mediche, dei territori e delle patologie. Manca anche una uniformità nella definizione dei servizi: la variegata denominazione non è solo una problema di forma ma anche di contenuti che può disorientare il paziente. Così, sul totale delle strutture, per alcune ricorre la denominazione terapia del dolore (43 strutture), per altre si parla di terapia antalgica (29 strutture), altre ancora sono ricomprese sotto la voce cure palliative (19 strutture), infine medicina del dolore (per 8 strutture), algologia (per 3 strutture) e medicina del benessere (per 2 strutture).
Delle 158 strutture analizzate – 130 pubbliche e 28 private – 53 sono di terzo livello (il più avanzato) ma di queste, solo 10 raggiungono il punteggio massimo di classificazione. Guida la classifica per numero di risorse la Lombardia, con 25 strutture, seguita da Piemonte con 17 e Campania con 15. Il Trentino Alto Adige è invece la regione con il rapporto più favorevole tra centri e popolazione, 0,99 contro la media nazionale ferma a 0,66 strutture ogni 250 mila abitanti. 
L`organizzazione fa i conti con i costi: in Italia la spesa annua per il controllo del dolore cronico raggiunge, secondi i dati contenuti nel Libro Bianco i 18.720 milioni di euro. Anche le lentezze burocratiche che limitano l`accesso e la prescrizione per i farmaci anti-dolorifici si mettono di traverso. "Le complesse modalità prescrittive - spiega Roberto Carlo Rossi, vicepresidente dell`Ordine dei Medici e Odontoiatri di Milano - ancora oggi vigenti nel nostro ordinamento non fanno che rafforzare la convinzione che chi ha necessità della somministrazione di un oppiaceo sia affetto da un male incurabile". Ma non è così, ricordano gli esperti, e per questo, conclude Rossi, "occorre che finalmente il dolore cronico si affranchi da quell`aura negativa di ineluttabilità che ancora oggi lo avvolge".

di cosimo colasanto
Pubblicato il 10/04/2009