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Medioriente:
dalla guerra al sorriso
grazie ai dottori italiani
Li chiamano i bambini senza sorriso, ma non è colpa della guerra. O almeno, non solo. Colpiti da una malformazioni genetica, labbro leporino o palatoschisi, in 111 sono stati operati durante l`ultima missione ad Amman, in Giordania, condotta da Operation Smile , onlus che dal 1982 ha restituito il sorriso ad oltre 130 mila bimbi nel mondo.
In sala dalle sette del mattino - Nella capitale giordana quattro sale operatorie, una italiana, una americana e due giordane, hanno lavorato contemporaneamente per 12 ore al giorno, 25 interventi, uno dietro l`altro. Dentro i volontari, chirurghi e infermieri, fuori ad attendere il proprio turno decine di bambini, con i loro accompagnatori. Un gruppo di 50 ragazzini arrivava dalla Palestina: 12 ore di viaggio per attraversare tre diverse frontiere, i posti di blocco, i controlli dei militari. In condizioni normali ci avrebbero impiegato due ore. Poi l`operazione, 45 minuti per correggere chirurgicamente l`imperfezione anatomica.
Le immagini della missione in Giordania
Chirurghi di frontiera - In molti Paesi le priorità, anche quelle sanitarie, sono altre, la povertà e la guerra in primo luogo. Un sorriso di meno sul volto di un bambino finisce per passare inosservato. "Il motivo è che non si tratta di una malformazione che mette a repentaglio la vita, ma condiziona la salute dei più piccoli che possono avere difficoltà ad alimentarsi, a parlare e a respirare", spiega a Salute24 Domenico Scoppelliti, direttore scientifico di Operation Smile Italia e direttore dell`Unità Operativa Complessa di Chirurgia maxillo-facciale del Santo Spirito di Roma.
Sfiancati dal viaggio, impauriti, la guerra negli occhi, i bambini vengono accompagnati da chi può allontanarsi per più giorni di casa. Così capita spesso che arrivino mano nella mano di fratellini appena più grandi o in braccio ai nonni. Scene viste in molti Paesi in cui medici e infermieri di Operation Smile allestiscono sale operatorie, affiancano i chirurghi locali, mettono la loro esperienza al servizio delle strutture locali. Dove non è possibile arrivare, ci si organizza per il traferimento dei piccoli degenti. È il caso dei bambini palestinesi. "È importante operare in qualsiasi scenario, anche il più difficile, rispettando gli standard di qualità e sicurezza", sottolinea lo specialista. Una ragione in più per stringere accordi con centri di ricerca e Atenei. L`ultimo, in ordine di tempo, con la cattedra di Odontostomatologia dell`Università La Sapienza di Roma.
Non solo sorrisi - "L`obiettivo è infatti anche quello di trasferire le competenze agli operatori, fornire i mezzi didattici, investire nella loro autonomia, addestrare i responsabili locali a raccogliere i fondi per sostenere le unità chirurgiche ed essere del tutto autosufficienti", aggiunge Scoppelliti. Portare la canna da pesca e non regalare solo il pesce, insomma. Per raggiungere l`obiettivo i medici, paramedici e volontari di Operation Smile, in Italia dal 2000, operano in oltre 51 Paesi del mondo, dall`America Latina all`Asia, dal Medio Oriente all`Africa. Nei Paesi in via di sviluppo, infatti, un bambino ogni 500 nasce con deformità correggibili, quasi il doppio che negli Stati Uniti. Tutti luoghi in cui il sorriso è già negato in mille altri modi.
In sala dalle sette del mattino - Nella capitale giordana quattro sale operatorie, una italiana, una americana e due giordane, hanno lavorato contemporaneamente per 12 ore al giorno, 25 interventi, uno dietro l`altro. Dentro i volontari, chirurghi e infermieri, fuori ad attendere il proprio turno decine di bambini, con i loro accompagnatori. Un gruppo di 50 ragazzini arrivava dalla Palestina: 12 ore di viaggio per attraversare tre diverse frontiere, i posti di blocco, i controlli dei militari. In condizioni normali ci avrebbero impiegato due ore. Poi l`operazione, 45 minuti per correggere chirurgicamente l`imperfezione anatomica.
Le immagini della missione in Giordania
Chirurghi di frontiera - In molti Paesi le priorità, anche quelle sanitarie, sono altre, la povertà e la guerra in primo luogo. Un sorriso di meno sul volto di un bambino finisce per passare inosservato. "Il motivo è che non si tratta di una malformazione che mette a repentaglio la vita, ma condiziona la salute dei più piccoli che possono avere difficoltà ad alimentarsi, a parlare e a respirare", spiega a Salute24 Domenico Scoppelliti, direttore scientifico di Operation Smile Italia e direttore dell`Unità Operativa Complessa di Chirurgia maxillo-facciale del Santo Spirito di Roma.
Sfiancati dal viaggio, impauriti, la guerra negli occhi, i bambini vengono accompagnati da chi può allontanarsi per più giorni di casa. Così capita spesso che arrivino mano nella mano di fratellini appena più grandi o in braccio ai nonni. Scene viste in molti Paesi in cui medici e infermieri di Operation Smile allestiscono sale operatorie, affiancano i chirurghi locali, mettono la loro esperienza al servizio delle strutture locali. Dove non è possibile arrivare, ci si organizza per il traferimento dei piccoli degenti. È il caso dei bambini palestinesi. "È importante operare in qualsiasi scenario, anche il più difficile, rispettando gli standard di qualità e sicurezza", sottolinea lo specialista. Una ragione in più per stringere accordi con centri di ricerca e Atenei. L`ultimo, in ordine di tempo, con la cattedra di Odontostomatologia dell`Università La Sapienza di Roma.
Non solo sorrisi - "L`obiettivo è infatti anche quello di trasferire le competenze agli operatori, fornire i mezzi didattici, investire nella loro autonomia, addestrare i responsabili locali a raccogliere i fondi per sostenere le unità chirurgiche ed essere del tutto autosufficienti", aggiunge Scoppelliti. Portare la canna da pesca e non regalare solo il pesce, insomma. Per raggiungere l`obiettivo i medici, paramedici e volontari di Operation Smile, in Italia dal 2000, operano in oltre 51 Paesi del mondo, dall`America Latina all`Asia, dal Medio Oriente all`Africa. Nei Paesi in via di sviluppo, infatti, un bambino ogni 500 nasce con deformità correggibili, quasi il doppio che negli Stati Uniti. Tutti luoghi in cui il sorriso è già negato in mille altri modi.
di cosimo colasanto (16/04/2009)

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