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Tai chi-terapia:
malattie al tappeto
con le arti marziali

Combatte l`artrosi e la depressione, e aiuta nella riabilitazione post-ictus. È una lotta che non offende ma guarisce: è il tai chi, la tradizionale disciplina asiatica a metà strada tra filosofia orientale e arti marziali, che in alcuni recenti studi condotti da diverse università americane ha rivelato il suo potere terapeutico. 
Uno studio presentato nel corso del meeting dell`American college of rheumatology ha infatti dimostrato che il tai chi si è rivelato utile a ridurre il dolore e migliorare la qualità della vita delle persone affette da artrosi grave al ginocchio. In seguito ai test gli esperti hanno infatti osservato come fosse significativamente migliorata la forma fisica e la salute tra i neo-praticanti della disciplina orientale rispetto al gruppo di controllo. Ridotto anche il dolore e, in alcuni pazienti, persino la depressione.
Se poi la saggezza orientale sostiene che le arti marziali conducono all`equilibrio interiore, secondo gli studi dell`University of Illinois nel caso del tai chi questo è vero anche per l`equilibrio fisico in senso stretto, in particolare per le persone colpite da ictus. La meditazione e i movimenti al rallentatore tipici di questa disciplina infatti hanno mostrato di essere più efficaci di stretching ed esercizi tradizionali nella riabilitazione successiva ad un “infarto cerebrale”.
Il tai chi si è rivelato un alleato prezioso anche per chi è costretto sulla sedia a rotelle in seguito a incidenti: gli studiosi dell`University of Tennessee hanno infatti scoperto che quest`arte cinese è in grado di abbreviare i tempi di recupero, intervenendo sulla postura, sulla mobilità e sull`umore dei pazienti.
“Il tai chi – spiega Glenn Haban, neuropsicologo dell`University of Tennessee che ha partecipato ai test con i disabili – coinvolge tutti e tre i fattori necessari al miglioramento del proprio stato di salute: l`attività fisica, la stimolazione cerebrale e il coinvolgimento sociale. Questo sport, poco dispendioso e semplice da praticare, è in grado di consentire notevoli progressi nello status funzionale dei pazienti”.

di (22/06/2009)

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