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Fragile terza età, ma il Dna non c`entra

Anziani e sani? Il binomio in cui tutti ripongono le proprie speranze per il futuro, secondo gli scienziati, non dipende dal Dna. O almeno non solo. Prima di tutto vengono lo stile di vita, l’alimentazione e il movimento. A sostenerlo sono i geriatri italiani, riuniti per il terzo congresso nazionale della Fimeg, la Federazione Italiana Medicina Geriatria.
“La comparsa delle malattie in vecchiaia dipende per il 66% dallo stile alimentare e di vita e solo per il 33% è riconducibile alle patologie che sono scritte nel codice genetico”, afferma Vincenzo Marigliano, presidente della Fimeg. Il caso e il patrimonio genetico c’entrano, ma non quanto potrebbe sembrare. “Nel genoma c’è scritto come saremo - aggiunge il geriatra - il 95% della popolazione italiana ha un genoma buono e può invecchiare bene, mentre è soprattutto in relazione a un progetto di vita individuale, relativo all’alimentazione e al moto che si può vivere bene in vecchiaia”.
Tutti, quindi, partiamo dalla nascita più o meno con le stesse chance di invecchiare bene, ma sono le tappe intermedie a fare la differenza e a predire se si andrà incontro a quella che viene definita fragilità, “uno stato – puntualizza Marigliano - che non è una vera e propria malattia ma un insieme di sintomi che rendono l’individuo non più perfettamente efficiente, come astenia o ridotta velocità di cammino». E’ per non giungere a questa condizione che i geriatri consigliano forme di prevenzione e cura che partono dalle abitudini. Cominciare da giovani aiuta quando si sono superati gli “anta”. La fragilità è la nemica da combattera, perché, come spiega il presidente della Fimeg, è l`anticamera della disabilità e “un paziente fragile, nel giro di 6 mesi-due anni ha dal 60 al 70% di possibilità di essere ospedalizzato o internato in una casa di cura, avere una malattia o morire”.

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Pubblicato il 12/07/2008