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Sindrome compulsiva: l’interruttore è nel cervello

I ricercatori dell’Università di Cambridge hanno individuato l’area del cervello che non si attiva nelle persone con disturbo ossessivo-compulsivo o in quelle che rischiano di svilupparlo. Lo studio, pubblicato sulla rivista Science, potrebbe permettere ai medici curanti di diagnosticare la patologia con maggiore anticipo e di approntare un trattamento farmacologico più efficace.
“La scoperta principale della ricerca – spiega Samuel Chamberlain, neuroscienziato della Cambridge University e autore dello studio – è che nelle persone con disturbi ossessivo-compulsivi e nei loro parenti, non affetti dagli stessi problemi, una parte della corteccia orbitofrontale non funziona come dovrebbe”. Si tratta, infatti, del primo studio che identifica una sottoattività per le persone a rischio di disordini ossessivo-compulsivi. Tale disordini connotano una patologica psichiatrica che tende a svilupparsi in famiglia ed è caratterizzata da pensieri e impulsi ricorrenti e persistenti, come l’incontrollabile e reiterato gesto di lavarsi le mani.
Colpisce tra il 2 e il 3% della popolazione mondiale in un qualunque momento della vita. Lo studio del dottor Chamberlain si compone di 14 persone con disturbi compulsivi e di 12 parenti che, pur non essendo affetti dal medesimo problemo, avevano dimostrato una certa difficoltà nel prendere decisioni definite in situazioni complesse.
La scansione dell’attività cerebrale della corteccia orbitofrontale laterale ha mostrato come questa regione, coinvolta nel processo decisionale, non veniva completamente attivata da entrambe le categorie di soggetti, tanto i malati quanti i loro parenti. Gli studi precedenti avevano già dimostrato come il non corretto funzionamento di questa parte del cervello predisponga al rischio di disturbi ossessivi. Ora questo rischio va esteso anche ai parenti. Con questo nuovo risultato diventa dunque possibile identificare le persone “al limite” e provvedere a un trattamento prima che i sintomi si manifestino del tutto. Si profila inoltre una linea di ricerca finalizzata alla definizione di un marker biologico che permetta di rilevare le persone a rischio, al di là della prossimità parentale con la patologia.

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Pubblicato il 28/07/2008

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