Logo salute24

La scrittura è un balsamo che lenisce dolori e ferite: il caso di Cesarina Vighy

Lucida e coraggiosa: due aggettivi che descrivono la vita. E si adattano anche alla scrittura. Lucida e coraggiosa è la vita, come pure la scrittura, di Cesarina Vighy. L`ultima estate (Fazi Editore), il suo romanzo d`esordio con cui ha vinto il premio Campiello, è uno squarcio di luce sul mistero della malattia e un atto di forza dell`esistere che non vuole cedere. Un sapere condiviso pervade l`intero racconto, perché la parola stessa è la primaria soglia di condivisione. A questo sapere si oppone orgogliosa la solitudine della malattia; la malattia che (paradossalmente) definisce l`essere umano nella sua singolarità, nell`individualità più individuale. A questo confronto, tra condivisione e solitudine, Vighy riesce a  dare forma, a imprimere una figura. Ovviamente, i libri vanno letti, il libro va letto. Le risposte che Vighy ha dato a Salute24 offrono però una traccia, indicano un terreno non sempre conosciuto: quello che conduce silenziosamente un autore alla narrazione.
Ormai è numerosa la letteratura scientifica circa i benefici della scrittura per i pazienti affetti da rilevanti patologie. Sembra ci sia un orizzonte recondito che la chimica non raggiunge, ma la parola sì; che tipo di orizzonte è?
Senza falsa modestia, anzitutto distinguerei chi, come me, ha sempre pensato di scrivere in forma narrativa da chi adotta la scrittura, spesso su consiglio del medico, come terapia. Il mio caso è più semplice perché il blocco era di tipo nevrotico, in sostanza non scrivevo per non espormi al giudizio altrui e la malattia, ponendomi ben altri problemi, mi ha in qualche modo liberata. Nell’altro caso, invece, il processo è più profondo e misterioso: probabilmente la malattia mette in moto dei circuiti cerebrali alternativi ancora sconosciuti che permettono di arrivare a nuovi orizzonti, che secondo me sono sempre di conoscenza di sé e dell’altro, e di verità.
La salvano la scrittura e la curiosità, scrive nel suo libro. Insieme a tutto ciò per cui occorre “un po’ di cervello e anima” (pp.178-79). La malattia intacca più il cervello o l`anima? Quale delle due ha bisogno di più “cure”?
Questa è una domanda da 147.900.000 euro (il massimo che un italiano medio possa immaginare) ma, senza entrare in una discussione su cosa sia questa famosa “anima” e usando l’accezione più corriva, posso dire che la mia malattia (la Sla) lascia stranamente intatto il cervello mentre l’anima (l’animula vagula blandula) soffre molto e quindi ha bisogno di molte, molte più “cure” e, soprattutto, di amore.
L’ironia accompagna il suo raccontare sulle sperimentazioni e le illusioni cui esse inducono (pp. 151-53). Come si coniugano la speranza per una guarigione e la freddezza degli studi clinici, dei numeri. Come è riuscita a far convivere le statistiche che “normalizzano” la malattia e il sentimento che ognuno vive nella propria identità?
Per disgrazia (per fortuna?), non c’è nessuna speranza di guarigione, almeno prossima, per la Sla: ciò mi ha consentito di tenermi lontana da studi, numeri, statistiche.
Nel libro si parla molto dell’effetto, direi quasi fisico, della scrittura. In che modo la scrittura riesce, concretamente, a “lenire” il corpo?
La scrittura ha realmente  un effetto lenitivo sul corpo: la testa si fa lucida, si dimenticano in buona parte i dolori fisici nella concentrazione su quello che si va man mano scrivendo. A me la memoria  fa uno scherzo strano: io, che ormai dimentico i nomi più consueti, quando scrivo ho, senza sforzo, una larga scelta di aggettivi, sinonimi ecc.; del resto, la scrittura obbedisce a  una specie di automatismo, è come se scrivesse un altro. Chi? Gli antichi lo identificavano nella Musa e perciò  ne  invocavano  l’ausilio, l’assistenza, l’opera.
C`è un altro aspetto rilevante: la parola che nel corso della vita normale è spesso arma di offesa, a seguito della malattia si trasforma in arma di difesa. Quanto è forte questa difesa? A quanto mi consta, la parola continua ad equilibrarsi sui due piatti della bilancia, l’offesa e la difesa. A meno che il malato non venga visto come un essere querulo, tutto preso dalla contemplazione dei propri mali e arroccato, appunto, in difesa.
Colpiscono alcune note nelle pagine finali sui suoi familiari (pp.188-89), assenti nel resto del libro, quasi fosse un`apertura. È possibile pensare la scrittura come ponte verso l`altro, che riscatti il passato e tenga vivo il futuro?
E’ il momento in cui si colloca la scrittura a riscattare il passato e tener vivo il futuro. In punto di morte, per quanto riusciamo a immaginarcelo, non si può non riconciliarsi (è il bellissimo “riconciliato con il Padre” dell’ufficio funebre). Se non si comprendono gli altri e sé stessi in quell’istante, quando mai li comprenderemo?
Sembra che la parola ricostruisca un`identità del corpo, messa in discussione dalla malattia; qual è la sua esperienza? Su cosa si fonda questa nuova identità di parole senza corpo?
Sulla consapevolezza della propria miseria: la pelle squamata, i gonfiori inguardabili, le tumefazioni misteriose. Un mostro assurdo, un ircocervo. Con le parole, invece, si può assumere un’identità nuova, attingendo ai ricordi o inventando. Trasformarsi in un fiore, una farfalla, una nuvola.

di Salvatore Patriarca
Pubblicato il 26/09/2009