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«Morte cerebrale»: c’è confronto nel mondo cattolico

È forse giunto il momento di rimettere in discussione la designazione di “morte cerebrale” stabilita dal Rapporto di Harvard del 1968. Questo è l`ipotesi avanzata dall`”Osservatore Romano” con l`articolo in prima pagina firmato da Lucetta Scaraffia. La giornalista sostiene l`esistenza di un contrasto tra l`accettazione della definizione di morte identificata dall`encefalogramma piatto e la posizione della Chiesa nei riguardi dei casi di coma irreversibile (per i quali prescrive l`obbligo di non interrompere l`alimentazione forzata).
Pronta la risposta del Vaticano che, tramite il suo portavoce, ha tenuto a precisare come le affermazioni pubblicate dal quotidiano “siano ascrivibili all`autrice del testo e non impegnano la Santa Sede”. “Anche la Chiesa cattolica, consentendo il trapianto degli organi, accetta implicitamente questa definizione di morte – argomenta la Scaraffia -, ma con molte riserve: per esempio, nello Stato della Città del Vaticano non è utilizzata la certificazione di morte cerebrale”. Se il principio di base è “l`idea che la persona umana cessi di esistere quando il cervello non funziona più” occorre affrontare la situazione in cui l`organismo sia mantenuto in vita per mezzo della respirazione artificiale. In tali circostanze “l`identificazione della persona con le sole attività cerebrali – ritiene la giornalista - entra in contraddizione con il concetto di persona secondo la dottrina cattolica, e quindi con le direttive della Chiesa nei confronti dei casi di coma persistente". Viene anche citata l`opinione del filosofo Hans Jonas che, ai tempi dell`adozione del “Rapporto di Harvard”, "sospettava – riporta la Scaraffia - che la nuova definizione di morte, più che da un reale avanzamento scientifico, fosse stata motivata dall`interesse, cioè dalla necessità di organi da trapiantare". Scaraffia condivide l`opinione di Roberto De Mattei, curatore del libro “Finis Vitae”, il quale sostiene che "all`interno della Pontificia Accademia per la Vita si è spesso discusso del criterio della “morte cerebrale” e c`è una netta divisione in due ali: da una parte i medici e anestesisti, favorevoli al “Rapporto di Harvard”, dall`altra, composta prevalentemente da filosofi e giuristi, contrari". Nei casi di espianto di cuore, se esiste il minimo dubbio sulla validità del criterio della “morte cerebrale” per accertare la morte, ``bisogna astenersi - afferma l`autore - da quello che è un omicidio``.

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Pubblicato il 01/09/2008