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Carceri «malate»:
la privacy impedisce
il monitoraggio Hiv

Tubercolosi, hiv, epatiti e malattie dovute ai parassiti. Sono queste le patologie più diffuse nelle carceri italiane. A fare il punto sulla situazione è Angiolo Marroni, garante dei detenuti del Lazio, che spiega come «il sovraffollamento sia il tramite principale per la diffusione delle malattie nei penitenziari italiani».
Tossicodipendenza e Hiv - «In carcere – spiega Marroni – i detenuti si ammalano soprattutto di tubercolosi, epatite e scabbia, mentre circa il 30-35% nel Lazio è tossicodipendente. I numeri relativi all’Hiv – prosegue Marroni – sono invece sottostimati ed è tutta una questione burocratica. Per la privacy, infatti, non è possibile  imporre test a tutti i detenuti ma li rende facoltativi, in questo modo non è possibile conoscere il numero reale di quanti sono affetti da Hiv ma sta al singolo detenuto denunciare la malattia. Se al momento dell’ingresso nel carcere non dichiara di essere affetto da Hiv, non lo si può venire a sapere in altro modo. Queste sono malattie– sottolinea il Garante – che caratterizzano tutti i penitenziari della Penisola».
Le «patologie da sovraffollamento» - In crescita, secondo Marroni, anche la tubercolosi. «È una delle patologie che si stanno maggiormente diffondendo, insieme a quelle portate dai parassiti, come i pidocchi e la scabbia. Il diffondersi si questo tipo di patologie – spiega il Garante – è dovuto principalmente al sovraffollamento delle carceri». E i detenuti in Italia – secondo i dati riferiti all’11 gennaio scorso – sono 64.853, a fronte di una capienza regolamentare di poco superiore ai 42mila. Di questi 40.773 sono italiani e 24.080 sono stranieri. Come conferma lo stesso Marroni, inoltre, il numero dei detenuti nel nostro Paese cresce di 800 unità in media al mese, un numero che mette in evidenza l’urgenza di costruire nuove carceri – operazione che comunque non potrà essere conclusa in tempi brevi - e di consentire un maggiore accesso alle pene alternative.
Il disagio mentale e le carenze del sistema carcerario - Oltre alle patologie appena viste, conclude il Garante, «il 15% dei detenuti nel Lazio ha un disagio mentale ed anche qui si tratta di un problema diffuso nelle carceri italiane. Mancano poi psicologi, educatori e mediatori culturali, ce ne sono sempre troppo pochi rispetto alle reali necessità della popolazione penitenziaria». E allo studio ci sono corsi di lingua per gli agenti. Come dire: ci si organizza in proprio viste le mancanze ormai croniche del sistema.

di Emilio Fabio Torsello (26/01/2010)

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