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Traumi cerebrali e coma: è possibile rilevare il "dialogo" tra le aree del cervello

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Stato vegetativo:
la risonanza magnetica
«interpreta» il cervello

Il miglioramento delle tecniche di rianimazione ha determinato l’aumento della sopravvivenza dei pazienti con danno cerebrale grave. Alcuni di questi pazienti si risvegliano dal coma ma non mostrano la presenza di uno stato di coscienza. I pazienti che non rispondono in maniera continuativa, riproducibile, finalizzata o volontaria a stimoli visivi, auditivi, tattili o al dolore sono detti in stato vegetativo persistente, o di “veglia senza coscienza”. Altri pazienti si risvegliano e mostrano modesti segni di coscienza, compresa la capacità di eseguire dei semplici comandi, ma rimangono incapaci di comunicare interattivamente; si parla in questo caso di “stato di minima coscienza”. Da un punto di vista clinico, il primo problema consiste nell’identificare i pazienti in stato di minima coscienza da quelli in stato vegetativo è fondamentale per l’assistenza e la strategia di riabilitazione. Sfortunatamente le risposte agli stimoli di questi pazienti sono molto ambigue, oltretutto limitate dai deficit motori, ed è talvolta difficile discriminare un riflesso da una risposta volontaria. Si calcola che vi siano circa 40% di errori nella diagnosi in questi gruppi di pazienti. Il secondo problema consiste nell’elaborare un metodo per comunicare con questi pazienti che lo possono.
Questo studio ha avuto quindi due obiettivi:
1. valutare l’utilizzo della risonanza magnetica funzionale per discriminare i pazienti in stato di minima coscienza da quelli in stato vegetativo.
2. sviluppare e validare un metodo per consentire a questi pazienti di comunicare risposte “SI o NO” senza addestramento e senza necessità di una risposta motoria.
La risonanza magnetica funzionale è una tecnica di risonanza magnetica che permette di localizzare sul cervello le eventuali aree che si “attivano” mentre il paziente esegue un esercizio fisico o mentre egli viene stimolato con stimoli visivi, auditivi, tattili o di dolore. Questa “attivazione” viene ottenuta dopo numerose e complicate analisi statistiche effettuate su un segnale di risonanza magnetica sulla base di una minima variazione locale del campo magnetico causata da una variazione del flusso ematico locale indotto dallo stato funzionale dei neuroni.
E’ stato osservato che alcune aree del cervello si attivano anche solo quando un soggetto immagina di compiere una azione; si parla in questo caso di “imagery”. E’ quindi possibile chiedere al soggetto di immaginare di compiere una azione e verificare l’attivazione delle aree cerebrali. L’esperimento è stato quindi condotto in due parti. Nella prima parte su 54 pazienti, si è voluto verificare la presenza di una attivazione di aree cerebrali dei pazienti alla richiesta di immaginare delle azioni. Nel primo test di “motor imagery” è stato richiesto ai pazienti di immaginare di trovarsi in un campo da tennis e di colpire ripetutamente la palla.Nel secondo test di “spatial imagery” è stato chiesto ai pazienti di immaginare di camminare nella propria città o nella propria casa e di visualizzare tutto ciò che avrebbero dovuto vedere.
Nella seconda parte dell’esperimento si è voluto verificare se le attivazioni cerebrali ottenute chiedendo al paziente di immaginare delle azioni potessero essere utilizzate dal paziente per comunicare una risposta sì oppure no. Si è chiesto ad un gruppo di 16 individui sani e ad un paziente di rispondere a delle domande con risposta “” utilizzando una delle due modalità di immaginazione (motor imagery o spatial imagery). Di questi 54 pazienti, 5 hanno dato segni di “modulare” la propria attività cerebrale. Uno di questi, al secondo esperimento sembrerebbe essere stato in grado di rispondere a delle domande anche se non è stato possibile stabilire una comunicazione.
(in collaborazione con il prof. Stefano Bastianello - Università di Pavia)

di Salvatore Patriarca (04/02/2010)

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