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Cancellare l’eutanasia: proposta choc dei medici canadesi

Sbarazziamoci della parola eutanasia. È una presa di posizione eclatante quella sostenuta in un editoriale del Canadian Medical Association Journal (CMAJ), la rivista dell`associazione che rappresenta 68 mila medici nordamericani. "La discussione sulla fine vita è appesantita da molta confusione", scrivono i condirettori della rivista Ken Fleger e Paul Hébert, e per questo sarebbe ora di scartare la parola "dolce morte" dal vocabolario medico-scientifico, perché la sua natura di termine ideologico non è condivisa e può creare ulteriori problemi. Per i due autori, c`è troppa partigianeria in campo, tanto da tirare il vocabolo ora da una parte ora da un`altra. "Da un lato viene definito omicidio, dall`altro come atto di misericordia, diritto di vivere oppure diritto di morire con dignità, egoismo contro compassione", scrivono i due nell`editoriale.
Si può parlare di "eutanasia", si domandano gli autori, anche quando si "eseguono azioni che includono il sollievo dei sintomi dei malati terminali"? Per esempio, citano "la somministrazione di narcotici e sedativi per alleviare il dolore nei malati di cancro". Anche quando l`intesità delle cure palliative coincide con una probabilità più alta di decesso, sostengono Fleger e Hébert, "a nostro avviso non è eutanasia" e in tali circostanze "la morte diventa un accettabile effetto collaterale di una terapia palliativa efficace". Affermazioni che fanno rumore, nel momento stesso in cui in tutto il mondo norme e codici penali si confrontano con la modernizzazione di una parola "antica". Il termine eutanasia (dal greco eu, bene, thanatos, morte) fu coniato nel 1646. Il significato attuale di intervento volontario per procurare la morte di qualcuno che soffre è stato introdotto tra `700 e `800.
Condivide le premesse dei medici canadesi Giovanni Boniolo, filosofo e bioeticista dell`Università di Milano e dell`Istituto Firc di Oncologia Molecolare (IFOM): "Il dibattito sulla fine vita è caotico per via della confusione che si ha sul termine ‘eutanasia’ - sottolinea Boniolo - che autori con differenti prospettive etiche, ideologiche e religiose intendono diversamente, come accade con le definizioni di ‘morte clinica’, ‘morte biologica’ o ‘vita’".
Che fare, allora? "Certamente non possiamo imporre che tutti adottino lo stesso significato per lo stesso termine - risponde il bioeticista -. Però possiamo pretendere, per una questione di educazione retorica, che chiunque entri nel dibattito etico sulla spinosa questione di fine vita lo faccia, prima di tutto, definendo con precisione i termini che intende usare e, poi, offrendo una giustificazione per questa sua definizione adoperandosi pure per mostrare a quali conseguenze essa porti". Legislatori, autorità morali, giuristi, sostiene Boniolo, non possono evitare il confronto, adesso più che mai. "Certi temi etici sono così complessi che è impensabile non affrontarli con l’adeguata preparazione epistemologica - conclude l`esperto - che permetterebbe di non cadere in giudizi superficiali che hanno come effetto solo quello di rendere il dibattito confuso e apparentemente insolubile".

di cosimo colasanto
Pubblicato il 31/03/2010

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